Si è riavviato in questi giorni un dibattito su alcuni media che non deve passare sottotono circa la scelta della Francia, ancora del 2021, di rendere gratuita la prestazione del congelamento degli ovociti per tutte le donne tra i 29 e i 37 anni d’età (e non solo quelle affette da patologie invalidanti).
Una notizia che torna d’attualità ogni qual volta l’Istat taglia a ribasso i numeri dei nuovi nati ormai sancendo ufficialmente lo sforamento della “linea rossa”, quella cioè che per la tenuta sociale non doveva essere sforata (e in Italia, messa malissimo, la maglia nera la portano le regioni Piemonte e il Friuli Venezia Giulia).
Tanti i profili di importanza della scelta francese.
1.Non nasce come misura sanitaria contro l’infertilità femminile bensì, appunto, come strumento contro la denatalità e dunque per l’economia. Finalmente uno Stato Europeo parla chiaro: la denatalità è un problema economico e così si è posto innanzi al fatto della crescente età delle madri e l’ha correttamente intesa come tra le prime cause del procreare meno figli (più si attarda la nascita del primo figlio, meno figli una donna potrà fare).
2.Soluzione coraggiosa per le casse dello Stato dove tra mettere i soldi mancanti oggi nel sistema previdenziale e investirle per raccoglierne di più (forse) domani, la Francia ha scelto la seconda via, più futuristica e visionaria e di certo sfidando anche un elettorato, tipicamente anziano e perciò maggiormente interessato al “qui e ora”, non necessariamente consenziente.
3.La scelta (di mutualizzarne) è inedita e democratica per una pratica ancora ai più taciuta (così come tutte le pratiche mediche volte alla procreazione assistita) e compiuta nella riservatezza delle cliniche private Spagnole, Austriache e dell’Est Europa (con costi iniziali di 4000 – 5000 euro per poi sostenerne la conservazione annuale) dove oramai da anni nascono milioni di bebè, spesso gemelli, dai diversi protocolli contro l’infertilità singola e di coppia. Tutto però nel silenzio, spesso stigmatizzato.
Confesso che quando la politica è capace di dare risposte così dirette mostrando di essere in grado di usare le statistiche e adoperare con risoluzione i numeri della crescita dell’età delle mamme (senza soffermarsi moralmente su di essi), avverto quasi un disagio per disabitudine a questo eccesso di efficienza.
D’altronde non è un mistero che dagli anni del boom economico l’età delle donne al primo figlio sia sempre più alta (oggi supera i 35 anni) con una tendenza inversamente proporzionale (ovviamente) al numero dei figli nati. Se è vero infatti, come ci dice la medicina, che la fertilità di una donna degrada da 100 al 5% nel giro già del successivo quinquennio, è facile comprendere che la tardività pregiudica in primis la possibilità di successive maternità.
E così saranno sicuramente milioni, in tutto il mondo occidentale afflitto dalla stessa denatalità, i bambini che sarebbero nati se le donne avessero avuto più tempo per disporre di ovociti sani (e perché no, propri) ed ecco che la Francia, tagliando corto in tal senso se non altro per non lasciarne intentato, si è fatta apripista di tale scelta.
Non femminista o di pari opportunità, ma di lungimiranza economica e sociale.
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