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Da anni Tlon ci parla dell’ossessione per la performance. Ora tocca a noi liberarcene.

Comunicatore & anti-avvocato
Da anni Tlon ci parla dell’ossessione per la performance. Ora tocca a noi liberarcene.

Un giorno qualsiasi, un amico Deputato mi dice: “Devi leggere La società della performance”. Non sapevo di cosa stesse parlando ma compro il libro. Ci entro dentro e mi sento un po’ spiato perché, nel leggerlo, trovo cose che già conosco ma a cui non ho mai pensato organicamente. Poi mi accorgo di aver ricominciato, fin da subito, a parlare con Sofia dopo anni di silenzi. Difficile spiegare lo stupore provato nel notare che Sofia, dichiarata morta per decenni dai non addetti ai lavori, in realtà è molto più viva di me e di tanti di noi. Penso tra me e me, con leggero ma chiaro brivido di rivalsa, che c’è ancora qualcuno in Italia che parla di filosofia senza partire già sconfitto, senza la paura di venire etichettato come ammuffito o peggio ancora boomer.

Leggere Gancitano e Colamedici è un modo contemporaneo come altri, per affacciarsi fuori dalla caverna. Ancora nel 2021, la verità all’inizio acceca ma piano piano rende più consapevoli e un po’ meno deboli. Uscire dalla caverna comporta anche oggi il dover prendere atto di alcune brutte notizie (che ormai notizie non sono). Costatare, ad esempio, che la nostra patologica dipendenza nei confronti dell’ostentazione mediatica fine a sé stessa è peggiorata. Con buona pace della Silicon Valley e dei suoi allegri e multimilionari performer (vade retro, dialettica del complotto), i social media che hanno apportato enormi progressi al genere umano in termini di condivisione di culture, di input per nuove passioni, di relazioni sempre più tecnologiche (quindi a portata di mano), hanno anche dato vita ad effetti collaterali mostruosi. Mostri che, col tempo, si ingigantiscono.

Da qualche anno, le nostre identità assomigliano più ad ologrammi in 3D e sempre meno a diffusori di oli essenziali; dedichiamo grandi energie al make-up dei nostri talenti e ci dimentichiamo di annaffiare la “vocazione”, l’unica cosa di cui in fondo dovremmo interessarci in questo rapido passaggio terrestre. Le disfunzioni individuali, peraltro, non restano isolate perché coincidono con le disfunzioni della società e si alimentano a vicenda. Ne cito alcune per intenderle tutte. Non è così complicato accorgersi che stiamo assistendo attoniti ad un sistema scolastico che costringe i docenti a somministrare agli studenti dei “tranquillanti” invece che degli “eccitanti”. Non sembriamo affatto capaci di spingere i ragazzi a conquistare il senso di meraviglia per la conoscenza. Non li capiamo, non parliamo lo stesso linguaggio, maestri che non aiutano i propri allievi a superarli, il che equivale ad essere dei cattivi maestri.

Non è neanche così complicato accorgersi che, scrollando le home dei social, è possibile notare una furia sempre più crescente, da parte dei nostri simili, nel commentare qualunque tipo di materiale diffuso online. Eppure, non riusciamo a prenderci qualche minuto in più per dare un volto a quella frustrazione, per comprenderla una volta per tutte.

Tlon affronta queste ed altre inquietudini e, nell’offrirci delle vie di fuga dai nostri “falsi io”, tira in ballo l’importanza del sacro (soprattutto per delle società aspiranti laiche) e, con garbo, richiama le radici culturali orientali per aiutarci a ritrovare la bussola, o quantomeno ci ricorda che una bussola c’è. Sfuggire dalla mercificazione delle esperienze e dalla commercializzazione delle emozioni è possibile. Anche se oggi siamo persi nel delirio dell’overdose estetica e nella profonda incapacità di riscoprire il valore del tempo, la filosofia continua ad essere al nostro fianco ed a indicarci la strada.

Superato lo shock iniziale della luce fuori dalla caverna, prese le misure con quel mondo che conoscevamo solo attraverso le ombre dei fantocci proiettate sul muro, ora dobbiamo trovare una strategia per rientrare nell’antro e salvare gli altri. Prendere per mano chi ha paura dell’ignoto, superando le derisioni e gli scetticismi e, possibilmente, a differenza del mito platonico, uscirne vivi.

Maura Gancitano e Andrea Colamedici, in questi giorni in libreria con “L’alba dei nuovi Dèi“, sono due dei tanti volontari di quell’esercito di pensatori di cui credevamo di poter fare a meno, due sentinelle che continuano ad interrogarsi in questo grande club virtuale di dormienti. Degli anti-performer di cui c’era gran bisogno. Perché qui non si sta mettendo in dubbio l’importanza del comunicare o della tecnologia ma il “cosa” stiamo comunicando e “chi” lo sta facendo: noi o il nostro ologramma? I buoni filosofi non sono solo abituati ad osservarci dalla torre ma sanno anche quando scendere tra la gente per suggerire alla società quello che hanno visto prima di essa. I buoni filosofi conoscono il valore della vista dall’alto ma anche il valore dell’ascensore.

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