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Fabio Evangelisti, Moulier-Boutang, Eraclito e l’amore per l’altro

Direttore d'orchestra
Fabio Evangelisti, Moulier-Boutang, Eraclito e l’amore per l’altro

Ho appena finito di leggere il romanzo “La signora del primo piano e un lupo solitario” di Fabio Evangelisti (Tarka edizioni, 196 pagine). Si tratta di un vero capolavoro. Esso é la storia di un amore, durato cinquant’anni, ma di fatto irrealizzato e contrastato, tra uno svedese, Per-Ulf, e una brasiliana, Denize. Essi si incontrano ancora studenti in un campus di scambio culturale, negli Stati Uniti, si innamorano, ma poi, per una serie di circostanze fortuite, di casualità, si perdono per strada, e quando si reincontrano, non riescono comunque a legarsi in maniera permanente, non riescono cioè ad attuare quella mediazione, quella parziale rinuncia di se che lo stare insieme comporta.

Attraverso la storia di questo amore mancato si dipana la vita di ciascuno dei due protagonisti ma anche la storia economico politica internazionale degli ultimi cinquant’anni. È un romanzo per così dire realista perché si basa su vite effettivamente vissute e reali, e su fatti storici, che vanno dal Golpe di Pinochet fino alla prima ondata di Coronavirus, e in qualche modo può essere considerato più una cronaca che un romanzo. Interno al romanzo si dipana il “libro nel libro” de “L’abeille et le philosophe” (2015) di Pierre Henry e François Tavoillot, l’ape e il filosofo, che riprende le tesi di Yann Moulier-Boutang ne “L’abeille et l’économiste” (2010).

La tesi centrale é: il capitalismo produttivo ha fallito, il capitalismo senza limiti nel quale l’essere umano si considera Dio e sfrutta la natura come fosse una sua creazione, deve lasciare il posto ad una capitalismo “impollinatore”, dove il modello é una società come quella dell’alveare: l’ape che, producendo miele e cera, nella sua attività di raccolta e diffusione del polline, contribuisce al mantenimento dello stesso equilibrio dell’ambiente. Ogni membro dell’alveare, nessuno escluso, concorre al benessere collettivo, e viene per questo premiato in termini di sopravvivenza.

Nel capitalismo odierno, basato sulla conoscenza digitale, sulle multinazionali digitali, si ha un parallelo a questo modello nella partecipazione a Google o ad Apple, ogni nostro clic produce informazioni che a loro volta diventano fonti di valore. Questo tipo di capitalismo, che Boutang chiama “cognitivo”, ci porta a dover sperimentare un “reddito di base” per tutti i componenti della società, non in quanto lavoratori, ma in quanto partecipanti alla economia complessiva della società digitale, ponendo le premesse in questo modo alla transizione a una società neosocialista, con un’”uscita sperimentale, astuta, concreta, globalizzata, dal capitalismo”. Su questa idea di fondo, di una società da cambiare, il romanzo ci presenta delle vite, vite ordinarie, che, come per le api, disegnano dei veri e propri cicli, senza un vero e proprio progresso, ma una vita in cui i protagonisti sono immersi in “vicende”, in continui episodi di vita che iniziano, finiscono e dopo debbono ricominciare da capo.

È lo stesso ciclo della vita degli alveari, dove gli amori dell’ape regina, finiscono, ogni autunno, con l’allontanamento o l’uccisione del fuco. I protagonisti intraprendono iniziative: professionali, affettive, famigliari, di viaggi, crescono, hanno del successo, e poi ricadono al punto iniziale, a ritrovarsi soli, a trasferirsi, a ricominciare una vita, un lavoro, in una atmosfera di continuo spaesamento. Questa visione, che il mondo proceda a cicli, secondo una visione più arcaica che cristiana, in realtà é insita anche nel modello borghese della nostra esistenza, dove il mondo economico non é in grado di fornire alcuna sicurezza di lungo periodo e l’individuo é consegnato alla precarietà perenne, precarietà del lavoro e della retribuzione, e precarietà, secondo quanto apprendiamo dal romanzo, anche dei legami affettivi.

Questa instabilità si riflette nella ricerca del diverso, e nella autentica passione che i protagonisti esprimono per il viaggio: Europa, Africa, Australia, Stati Uniti, Sud America, Asia, nessun paese si salva dalla esplorazione famelica e incessante dei protagonisti, che esprimono la affermazione della propria affettività e del proprio essere coppia e famiglia a partire dalla condivisione del viaggio, nella ricerca dell’esotico, dell’altro da se.

Nella sostanziale critica del libro all’idea di tecnica come appropriazione, di tecnica come manifestazione dell’essere, di tecnica come feticcio, nel quale si riflette la critica di Heidegger alla metafisica occidentale, alla storia del pensiero occidentale da Platone a Nietzsche, il romanzo sembra prendere a modello un pensatore presocratico come Eraclito “nulla permane, tutto diviene”, e per il quale “il conflitto e la guerra sono il fondamento della realtà”.  Effettivamente nella continua esplosione di conflitti e di successive riparazioni si sviluppa il concetto che “siamo e non siamo, per essere ciò che siamo in un certo momento dobbiamo non essere più quello che eravamo nel momento precedente, e per continuare ad essere dovremo presto non essere più ciò che siamo in questo momento”. Questa visione di divenire costante era mitigata da Eraclito comunque con l’idea di un Logos, di una ragione che governa lo stesso divenire raccogliendo tutte le contraddizioni in una superiore armonia, l’armonia dell’Uno, quindi di Dio.

Nel libro di Evangelisti questa superiore armonia non é presente.  Non v’è alcuna nozione di progresso nel ritrovarsi soli, ogni volta, a dover ricominciare da capo. Vi è piuttosto un deficit enorme, che si registra nelle vicende dei protagonisti ma anche di tutti gli altri personaggi, il deficit di amore. Per-Ulf ama Denize ma non abbastanza da sopportare di sradicarsi dal proprio ambiente, dalla propria Europa, Denize ama Per-Ulf ma non abbastanza da tollerare che Per-Ulf possa vivere anche la propria famiglia in Europa, la figlia di Per-Ulf soffre di anoressia per mancanza di amore dai genitori, il primo marito di Denize, abbandona il domicilio coniugale e torna dai genitori per incapacità di poter amare la figlia fortemente voluta dalla moglie.

Manca l’idea della tolleranza, dell’amore che perdona, dell’amore che costruisce sempre, e, nella dinamica anche delle vite private dei protagonisti, vince la logica dell’egoismo, la volontà di essere amati alla follia, ma non la capacità di amare alla follia. La chiave per capire questa impasse ce la fornisce lo stesso autore quando descrive Denize che affronta una terapia psicologica di gruppo per risolvere il trauma di essere stata lasciata dal marito.  Il primo teorizzatore della terapia del gruppo è Carl Ramson Rogers, psicoterapeuta morto nel 1987, che prescrive che anche in quel gruppo elementare che è la coppia debba poter esserci: “Libertà dalla paura di essere e di mostrarsi per quel che si è, e libertà di vivere l’esperienza che anche così si è accettati e stimati. La spontanea e calda accettazione degli altri aiuta ad accettarsi e a essere quel che si è, e a crescere su questa base reale della nostra personalità”.

L’importanza di questa cronaca-romanzo sta in questo, nell’insegnamento della necessità di amare per far crescere l’altro. Concludiamo ancora con Rogers: “È il potere di favorire nell’altro il senso della sua forza di base, della sua energia vitale e delle sue reali capacità, di fargli sentire che ha potere e che se lo può assumere per la sua crescita interiore e intellettuale”.

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