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Il caso Kessler, il Marchese del Grillo può abitare anche a Bruxelles

Il caso Kessler, il Marchese del Grillo può abitare anche a Bruxelles

Mi dispiace, ma io sono io, e voi non siete un c…”.  Diceva il Marchese del Grillo, interpretato in un film strepitoso dal grande Alberto Sordi.

Ed ho pensato subito a lui quando ho letto la lettera del 18 novembre del Presidente di Rinnovamento & Democrazia, il principale sindacato dei funzionari UE, Cristiano Sebastiani, a Johannes Hann, Commissario europeo responsabile del bilancio, dell’amministrazione e della lotta alla frode.

A proposito del generosissimo pensionamento anticipato, con buonuscita a sei cifre, discrezionalmente concesso dalla Commissione Europea all’inossidabile ex-magistrato e deputato del PD, che vanta incarichi di vertice quali Commissario Anti-contraffazione, Presidente della provincia di Trento, Direttore Generale dell’Agenzia Dogane e Monopoli e, per meno del previsto mandato settennale, Direttore Generale dell’Ufficio Europeo per la Lotta alla Frode (OLAF).  Giovanni Kessler è un prescelto, anche al suo crepuscolo.

Ma non ho riso, e nemmeno sorriso. Perché non si tratta di un film. Ma di una pagina nera della storia della Commissione Europea, oltre che per il contribuente europeo.

É stato infatti motivo di profonda tristezza e fastidio per chi, come me, ha dedicato una vita professionale alla lotta ad ogni forma di illegalità, gran parte della quale proprio presso i servizi anti-frode della Commissione Europea. Quale pioniere tra i pionieri dell’antifrode della Direzione Generale del Bilancio e dell’UCLAF prima e di quell’OLAF, poi, di cui Giovanni Kessler ha agguantato la direzione dal 2011 al 2017. Dopo una gentildonna e galantuomini come l’italiana Isabella Ventura, il tedesco Franz-Hermann Bruener, il danese Per Brix Knudsen ed il belga Emile Mennens, con tutti i quali ho avuto l’onore di collaborare. Senza che nessuno di essi, anche in circostanze di successione non sempre zuccherine, si sia mai azzardato a rimproverarmi di aver rispettato il mio dovere di leale collaborazione con colei o colui che li aveva preceduti nell’incarico.

“Il comandato”

Alcune particolari circostanze della nomina di Kessler all’OLAF le ho ricordate il 6 novembre in un articolo per Il Riformista, e non intendo qui ripetermi. I principali motivi della mia tristezza, che non nascondo essere mista a irritazione, meritano invece essere spiegati.

Le mie ragioni di diffidenza verso il Kessler, che ho visto all’opera, non sono bastate ad evitarmi di restare senza parole davanti a questa nuova notizia. Chi volesse capirne il perché non ha che da leggersi la lettera di Sebastiani, dal contenuto davvero sconvolgente (link).

Per un trattamento di super-prepensionamento a sei cifre, da molti lustri senza alcun precedente, che oltre ad essere un insulto per chi sta morendo di pandemia e crisi economica, ed un danno di immagine per i miei ex colleghi dell’OLAF e della Commissione Europea, che hanno provocato tale forte reazione sindacale, sembra essere la ciliegina sulla torta molto bene illustrata dall’articolo (richiamato nella lettera di Sebastiani) del Procuratore della Corte dei Conti italiana Robert Schülmers.

Col titolo “Il Comandato”, il 26.2.2019, sul periodico on line Salto.bz, Schülmers ha raccontato il sorprendente e mirabolante profilo di carriere del collega, allora magistrato ordinario, Giovanni Kessler. Prima di questa ciliegina sulla torta che, oltre al Marchese del Grillo, mi ha fatto pensare alla Fattoria degli animali di George Orwell : “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Un percorso professionale tanto disinvolto quanto poco lineare, quello di Kessler, che lascerà a bocca aperta chi si prenderà la pena di leggere la ricostruzione di Schülmers (link). Limitandomi io a riassumerne solo qualche passaggio.

La carriera mirabolante del magistrato uno e trino.

Considero ipocriti tutti coloro che continuano a cadere regolarmente dal pero, sorprendendosi del fatto che da decenni, come osservava giustamente il coraggioso magistrato Schülmers,  in Italia “da un lato si pretende che politica e magistratura siano tra loro indipendenti e dall’altro si consente ai magistrati di passare alla vita politica attiva per poi tornare liberamente a ricoprire le funzioni di giudice o di pubblico ministero, magari – come di fatto avvenuto nel caso di Kessler (eletto prima deputato trentino dell’Ulivo e poi consigliere provinciale e, di conseguenza, regionale per il Partito Democratico in Trentino-Alto Adige) – nello stesso luogo in cui sino a pochi anni prima era stato esercitato il mandato politico-elettorale.

Dopo aver ricordato che Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, amava sottolineare che “il magistrato che è salito sulla tribuna di un comizio elettorale a sostenere le idee di un partito, non potrà sperare mai più, come giudice, di aver la fiducia degli appartenenti al partito avverso”, il procuratore Schülmers osservava che “la storia professionale di Giovanni Kessler oltrepassa questa problematica, assumendo connotati tali da renderla quasi unica nel suo genere”. Kessler infatti, senza mai lasciare la magistratura, prima di rientrare alla Procura di Bolzano, per poi tornare all’OLAF pagato per un grado apicale (pur senza nessuno da dirigere), prima di essere lussuosamente prepensionato con indennizzo stratosferico per i comuni mortali, ha fatto il politico, il deputato, il presidente della Provincia di Trento, poi il Direttore Generale dell’OLAF ed infine, nonostante un’inchiesta giudiziaria della Procura Federale belga pendente a suo carico, anche il Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli italiana. Ricoprendo in quel periodo – durante il quale, tra le principali iniziative si ricorda soprattutto la modifica del logo (come fece all’OLAF) e del nome dell’agenzia -, uno e trino, lo status di: magistrato, funzionario della Commissione Europea e Direttore Generale di un’Agenzia governativa italiana.

Invito a leggere l’articolo di Schülmers, per credere.

“Cacciato” dalle Dogane, torna a Bruxelles dopo un intrigante passaggio dalla Procura di Bolzano.

Con l’arrivo del governo giallo verde, Kessler fu “cacciato” (come lui stesso ha dichiarato, lamentandosene pubblicamente) dalla direzione dell’Agenzia Dogane e Monopoli. Ma non fece subito rientro a Bruxelles, dove aveva ancora il posto da dirigente della Commissione Europea, ottenuto con la sua nomina all’OLAF (anche se fu l’ultimo a beneficiare del trattamento: dopo di lui, infatti, il contratto del direttore generale dell’OLAF, se non è già funzionario dell’UE, è di soli sette anni non rinnovabili, e poi se ne torna a casa senza trattamento pensionistico). Rientrò invece nella giurisdizione, come sostituto procuratore della Repubblica a Bolzano.

Era chiaro a chiunque che Giovanni Kessler, magistrato e politico italiano dal formidabile curriculum vitae, non sarebbe rimasto a lungo alla Procura della Repubblica di Bolzano dove, da pochi mesi, era tornato a prestare servizio nelle vesti di Sostituto Procuratore della Repubblica”, scrive Schülmers. Non solo perché – come aveva precisato Kessler – alla fine del suo incarico all’Agenzia delle dogane e dei Monopoli avrebbe fatto certamente ritorno a Bruxelles: «avendo un posto di ruolo tornerò alla mia amministrazione di provenienza come dirigente».

Anche se “questa ineccepibile spiegazione del funzionario europeo Kessler, senz’altro sufficiente a chiudere una volta per tutte la polemica giornalistica sul presunto doppio stipendio, non poteva però non suscitare alcuni interrogativi relativi al suo status di magistrato italiano”, scrive sempre il Procuratore della Corte dei Conti, il più grande interrogativo suscitato dall’inatteso rientro nei ruoli della magistratura ordinaria, attenevano invece alle motivazioni personali, apparentemente inspiegabili, che possono averlo indotto ad accettare, nel settembre 2018, il provvedimento di assegnazione alla Procura della Repubblica di Bolzano. In qualità di semplice sostituto procuratore della Repubblica (ultima funzione ricoperta da Kessler prima di uscire dal ruolo della magistratura per quasi vent’anni).

Una sorta di deminutio capitis che Kessler avrebbe potuto tranquillamente evitare tornando subito armi e bagagli alla Commissione europea, dalla quale era stato distaccato presso l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Tanto più che, come da lui stesso pubblicamente dichiarato, al termine dell’esperienza romana, il suo intendimento era proprio quello di fare rientro alla propria “amministrazione di provenienza come dirigente” (dove aveva trascorso meno di sette anni di alquanto controversa permanenza).

Gli interrogativi sollevati dal suo rientro a Bolzano si moltiplicarono quando si considerarono le possibili implicazioni legate al suo comando disposto dalla Commissione europea “per esigenze di servizio”, al solo fine di consentirgli di occupare temporaneamente la carica di Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli italiana.

Una volta terminato il comando, infatti, Giovanni Kessler – come qualsiasi comandato – non avrebbe forse potuto o dovuto essere subito reintegrato nel suo impiego di dirigente presso la Commissione europea?”, si chiese Schülmers a giusto titolo. Inoltre, al di là di questa prima e quasi ovvia perplessità di carattere istituzionale, apparve inevitabile al magistrato contabile porsi una seconda domanda di natura più strettamente economica e venale. Infatti, come facilmente intuibile, lo stipendio da sostituto procuratore della Repubblica, che probabilmente Kessler avrà percepito dal Ministero della Giustizia per i pochi mesi passati in Procura a Bolzano (a meno che non abbia lavorato gratis), era piuttosto lontano dalla soglia dei 240.000 auro lordi che costituiscono la dotazione del Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli italiana. Per non parlare poi dello stipendio da top dirigente europeo (Kessler ha infatti il massimo grado: quello di AD16, su una scala di 16 gradi), che è invece superiore a quella stessa soglia.

Possibile che l’alto funzionario europeo Giovanni Kessler abbia rinunciato alle ricche prebende di Bruxelles (magari chiedendo alla Commissione europea un’aspettativa non retribuita)”, si chiese Schülmers, “mosso da puro e semplice spirito di servizio al fine di aiutare i suoi ex colleghi a smaltire un po’ di procedimenti penali e per “battagliare” con gli avvocati del libero foro locale nelle aule del tribunale di Bolzano?”

Fermo restando che solo l’ex Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli potrebbe rispondere a queste domande”, fu la risposta che Schülmers si diede, “non resta che provare a trovare una possibile soluzione al rebus mettendo in fila i seguenti avvenimenti.” Che il procuratore della Corte dei Conti, da esperto di cifre e documenti contabili, cita nell’ordine. Nel 2013 le Istituzioni europee rendevano nota l’intenzione di creare la figura del Procuratore europeo, prospettiva che l’allora direttore generale dell’OLAF Giovanni Kessler aveva salutato pubblicamente come un «momento storico che fa partire il primo abbozzo di una giustizia federale europea», non nascondendo dunque il suo entusiasmo e, forse, anche un suo personale e più che legittimo interesse.

Ciò premesso, pochi giorni prima dell’articolo di Schülmers, organi di stampa nazionali hanno diffuso la notizia dell’esclusione di tutti i magistrati italiani in corsa per la nomina a Procuratore capo europeo, con tanto di nota di protesta del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Nella sparuta lista dei candidati italiani alla prestigiosissima carica di respiro internazionale, tutti ovviamente autorevolissimi magistrati, compariva anche il nome di Giovanni Kessler, che allora era, appunto, sostituto procuratore della Repubblica di Bolzano.

E quali erano i requisiti indispensabili per poter essere nominati Procuratore capo europeo? Guarda caso proprio quello di essere “membri attivi delle procure o della magistratura dello Stato membro interessato”. A questo punto per gli amanti dei rebus, secondo Schülmers, gli indizi erano finiti!

Ad ogni modo, preso sportivamente atto della sconfitta, Giovanni Kessler, non avendo verosimilmente più voglia di proseguire nella sua esperienza di Sostituto procuratore in quel di Bolzano, aiutando i suoi colleghi a smaltire i fascicoli giudiziari pendenti, ha salutato tutti (CSM incluso) e se ne è tornato al suo posto da dirigente europeo a Bruxelles, ossia alla sua “amministrazione di provenienza“, per svolgere un lavoro lautamente retribuito e abbandonando per sempre la Procura altoatesina e con essa la Magistratura italiana. Anche se a Bruxelles gli avevano conservato sì lo stipendio da top dirigente, ma non la poltrona di direttore generale. E dovette quindi accomodarsi sulla seggiola di Consigliere fuori classe del Direttore Generale del Bilancio. Un super parcheggio in un ufficio dorato, ma senza alcun dipendente da dirigere ed una vera responsabiltà.

Prima di tornare a Bruxelles, conclude Schülmers, aveva forse però però “stabilito un curioso primato difficile da battere: essere stato il primo dirigente di un’Istituzione europea a svolgere funzioni di pubblico ministero in Italia!

Una nomina alla testa dell’OLAF con benedizione di Lugi De Magistris e aiutino dell’IdV di Tonino Di Pietro

Come ricordato in esordio, il 6 novembre, su Il Riformista, ho raccontato alcune circostanze che, da candidato numero uno alla successione del Procuratore tedesco Franz-Hermann Bruener, alla guida dell’OLAF, nel 2010 hanno fatto capitolare l’ex PM francese anti-corruzione Thierry Cretin di fronte a un outsider italiano: “il comandato”, appunto, Giovanni Kessler. Evocavo lo scenario dell’audizione pubblica dei candidati, tra i quali Cretin e Kessler, da parte della Commissione Controllo Bilancio del Parlamento. Allora presieduta dall’ex magistrato ed oggi sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Cretin venne impallinato dal combinato disposto di due velenose e pretestuose domande ad orologeria, lette su un bigliettino, dall’allora europarlamentare Sonia Alfano, dell’Italia dei valori dell’altro ex magistrato Antonio Di Pietro. Cui sono seguite immediate allusioni di discredito.

Consiglio di leggere l’articolo per i dettagli che hanno portato Cretin a non divenire il successore di quel galantuomo del Procuratore bavarese Franz Hermann Bruener. (link) Il quale, prima di morire all’inizio del 2010, non aveva nascosto alcuni dispiaceri e delusioni provocati da certi magistrati italiani. Lui che già non aveva avuto un ottimo rapporto con il Comitato di vigilanza dell’OLAF, presieduto per diversi anni da un importante magistrato italiano: l’ex Presidente della potentissima ANM (prima di diventare Procuratore della Repubblica di Milano) Edmondo Bruti Liberati.

E ciò nonostante il fatto che al momento della sua nomina al suo primo mandato di primo direttore generale dell’OLAF, nel 2000, mantenne l’impegno, preso anche con Bruti Liberati, di tenere testa  all’allora governo Berlusconi, ed in particolare al Ministro della Giustizia Roberto Castelli, che rifiutava la messa fuori ruolo presso l’OLAF di tre magistrati italiani: Alberto Perduca, Mario Vaudano e Nicola Piacente.

Giovanni Kessler, allora deputato del PD, difese a spada tratta la messa fuori ruolo dei tre magistrati italiani. Come è facile leggere nei resoconti parlamentari dell’epoca.  Che alla fine, come sempre succede in Italia, la spuntarono. Alla faccia della volontà del Governo e del Ministro della Giustizia che non consideravano l’OLAF (organo di indagini amministrative e non giudiziarie) un posto per magistrati da sottrarre al loro servizio  dalla oberata giurisdizione. Ed arrivarono quindi tutti e tre a Bruxelles. E solo Nicola Piacente, di fronte alla conferma del rifiuto di autorizzazione governativa alla loro messa fuori ruolo, disse “obbedisco”, facendo dopo un po’ rientro in Patria. Dove continuò – con valore, da quanto mi consta – a fare il suo importante lavoro di magistrato. Gli altri due, ben supportati dal CSM e dall’ANM di Bruti Liberati, restarono invece all’OLAF.

A Bruener infatti, nonostante quella ferma e coraggiosa presa di posizione a difesa della sua indipendenza nel reclutamento del proprio personale, non mancò occasione di esternare pubblicamente alcune sue delusioni con certi magistrati italiani. Perché non tutti in possesso della statura etica e morale, oltre che professionale, dei Pierluigi Vigna (allora Procuratore Nazionale Anti-Mafia e grande partner dell‘OLAF contro il contrabbando di sigarette), delle Caterina Chinnici (oggi esemplare eurodeputato del PD), oppure degli Antonio Lamanna (oggi Sostituto Procuratore Generale di Milano ed allora pioniere delle indagini sui caroselli IVA internazionali). Tanto per fare solo qualche nome dei Magistrati con la emme maiuscola che hanno reso e rendono onore al nostro Paese, non solo in Italia ma anche in Europa, e che hanno collaborato con l’OLAF. In un caso, ad esempio, che riguardava alcune speculazioni mediatiche de l’Espresso su un’indagine fatta in collaborazione con l’attuale sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, quando era PM a Catanzaro, Bruener scrisse persino una lettera infuocata al Ministro della Giustizia, e pretese un comunicato stampa di rettifica firmato, oltre che dall’OLAF, anche dalla Commissione Europea. Facile quindi comprendere che per Thierry Cretin, ma anche per tutti coloro che, come chi scrive, erano stati leali a lui (che era il direttore delle indagini) e all’OLAF di Franz-Hermann Bruener (entrambi grandi estimatori dell’Italia, ed in particolare della Guardia di Finanza), con l’arrivo di Giovanni Kessler, nel 2011, venne sancita la fine della carriera all’Ufficio Europeo per la Lotta alla Frode. E dovettero cercarsi un altro posto. Incoraggiati da azioni di mobbing strisciante, se non da vere e proprie epurazioni. E chi scrive ne sa più di qualcosa.

Che non si faccia però di tutta l’erba un fascio

Per l’attaccamento che mi ha legato e ancora mi lega alla causa antifrode ed ai servizi della Commissione Europea – del quale sono stato anche il portavoce per il decennio 1999-2009 – ho provato molta tristezza e pena per molti valorosi colleghi dell’Ufficio antifrode. Anche se alcuni li ho dovuti aiutare a trovare una via d’uscita, ed un altro incarico, perché divenuti incompatibili con la gestione dell’OLAF del periodo Kessler. Durante la quale “il comandato” ed il suo cerchio magico fatto di lusingatori e beneficiati pronti a trasformarsi in un batter d’occhio, a seconda di come cambiasse il vento, in suoi denigratori,  hanno palesemente dato l’impressione di voler fare tabula rasa della precedente gestione; non importa quanto di buono vi fosse. A cominciare simbolicamente, ad esempio, dal logo creato da Bruener 10 anni prima. Per proseguire col sito web, volendo far sembrare forse che l’OLAF esistesse solo dal 2011: l’anno di arrivo del “comandato” Giovanni Kessler.

Queste sono quindi alcune delle ragioni per le quali la notizia appresa dalla lettera di Sebastiani mi ha lasciato non solo a bocca aperta, ma mi ha provocato anche molta amarezza.

Perché l’ho letta come un coraggioso grido di allarme e di pubblica denuncia da parte dei funzionari Ue di una situazione considerata scandalosa, considerato anche il periodo attuale di crisi economica, sulle ragioni della quale Sebastiani pone diverse domande. E spero che le risposte arrivino presto. Anche perché Sebastiani, che ha vissuto in prima persona la caduta della Commissione Santer per fatti di nepotismo e favoritismi al limite dell’irregolarità, prevede già un fermento sia a livello politico che istituzionale. Ma qualunque potrà essere la risposta che verrà data, resterà una non buona notizia per l’immagine della Commissione Europea e delle sua politiche di trasparenza e di protezione degli interessi finanziari dell’Ue. Anche se, da convinto europeista quale sono, e sulla base della mia personale fiducia per la Presidente Ursula von der Leyen e per il nuovo e ben più equilibrato direttore generale dell’OLAF, Ville Itälä, non posso non esortare i miei lettori a non fare mai di tutta l’erba un fascio. Ricordando non solo che tutto il mondo è paese, ma anche che, in questa storia, il paese più coinvolto sembra essere, una volta di più, l’Italia. Che è pur sempre la patria anche del Marchese del Grillo. Nell’irriducibile speranza, che vorrebbe essere anche una certezza, da uomo delle istituzioni italiane ed europee, che quella che voglio considerare una scandalosa eccezione, ne confermi pur sempre la regola. E la regola, non mi fermerò mai di sostenerlo, deve essere quella dello stato di diritto. In Europa, come negli Stati Membri, e nelle stesse Istituzioni dell’Ue. Dove dovremmo tutti essere sempre capaci di denunciare e poi isolare, assieme ai vari Marchesi del Grillo, anche alcuni degli animali della fattoria di George Orwell.

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