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Il lobbista e il gold plating

Il lobbista e il gold plating

“Ce lo chiede l’Europa” è una delle formule più usate nel dibattito pubblico italiano. A volte viene pronunciata per giustificare una scelta impopolare, altre per scaricare una responsabilità politica su Bruxelles. Il problema è che molto spesso l’Europa c’entra solo fino a un certo punto. Perché, una volta arrivata la norma europea, il resto lo facciamo da soli. Spesso lo facciamo complicandoci la vita. Esiste persino un termine tecnico per descrivere questo atto quasi masochistico: gold plating.

Quando uno Stato Membro, nel recepire una norma europea, introduce obblighi più rigidi, procedure più onerose o vincoli ulteriori rispetto a quelli richiesti dall’Unione, fa gold plating. Un eccesso di zelo normativo? In pratica è un modo piuttosto efficiente per rendere meno competitivo il proprio sistema economico. L’Italia conosce bene il problema. Tanto bene che nel 2011 ha introdotto un principio che vietava di inserire livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle norme europee, salvo particolari esigenze da motivare espressamente. Segno che il fenomeno era già considerato abbastanza serio da meritare una correzione, o meglio un espresso divieto. Questo non significa che una normativa nazionale più restrittiva sia sempre illegittima o destinata a sparire, perché “Ce lo chiede l’Europa”. Se una disciplina più severa era già presente nell’ordinamento ed è compatibile con il diritto dell’Unione, può restare in vigore dopo l’arrivo di norme meno restrittive. Non tutto ciò che è più rigido costituisce automaticamente gold plating. Ma il punto politico ed economico resta: molto spesso l’Italia sceglie di aggiungere livelli ulteriori di complessità normativa che altri Paesi non introducono. Il risultato è che imprese che operano nello stesso mercato unico europeo finiscono per giocare con regole diverse. E quasi mai quelle italiane sono le più semplici.

Un esempio molto discusso, e sempre molto valido, riguarda gli appalti pubblici. Nel recepimento delle direttive europee del 2014 sugli appalti e sulle concessioni, l’Italia ha costruito un sistema normativo molto più articolato rispetto a quello richiesto dall’Unione. Il tema emerse già durante il dibattito sulla legge delega n. 11 del 2016, che infatti inserì espressamente tra i criteri direttivi il divieto di gold plating, richiamando l’articolo 14 della legge n. 246 del 2005, modificato nel 2011 proprio per vietare l’introduzione o il mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive europee. Nonostante questo, il Codice degli appalti del 2016 fu comunque accusato da larga parte degli operatori economici di avere introdotto procedure, obblighi e livelli di complessità ulteriori, con l’effetto di rallentare il mercato invece di semplificarlo.

Questo è uno di quei casi in cui il lavoro del lobbista non consiste nel chiedere modiche o deroghe. Consiste nel chiedere una cosa molto più semplice: limitarsi a recepire la norma europea senza aggiungere altro. Può sembrare poco romantico, ma spesso il lavoro di rappresentanza degli interessi consiste esattamente in questo: cercare di evitare che la legislazione nazionale trasformi un obbligo europeo in un ostacolo ulteriore. Non sempre per cattiva fede. A volte per eccesso di prudenza, altre per la convinzione tutta italiana che una norma funzioni meglio se è un po’ più dettagliata, un po’ più severa, un po’ più complicata delle altre. Il problema è che la fantasia normativa, in Italia, è praticamente infinita. E ogni tanto finiamo per usarla contro noi stessi. Per questo capita che il lobbista chieda semplicemente di non metterci un’altra volta nella condizione di darci la zappa sui piedi.

 

 

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