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Il (non) coraggio della politica

Studente e social media manager
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Il nostro Paese è ancora nell’emergenza Corona Virus. Ci troviamo in un momento di estrema difficoltà per tutti. Anche i nostri governanti devono prendere decisioni non facili, dopo vari ragionamenti e interlocuzioni con tutte le task-force e gli esperti. Nessuno di noi, credo, vorrebbe trovarsi attualmente a ricoprire la carica di primo ministro, che tiene in mano le sorti della nazione. Di tutto quello che avverrà dopo la crisi e di come l’Italia, si spera, riuscirà a riprendersi ha la responsabilità un solo uomo: il premier Giuseppe Conte. Ed è proprio lo stesso premier che ha sottolineato più volte questa sua responsabilità, dopo che gli era stata criticata l’istituzione di varie task-force, come se lui, la responsabilità di scegliere cosa fare, non se la volesse prendere.

La sera del 26 aprile è andata in scena l’ennesima conferenza stampa. Dopo i consueti dieci minuti di ritardo il premier si è presentato per spiegarci l’articolazione della “fase 2”. Mentre molti italiani erano in trepida attesa di sapere che cosa contenesse il decreto, il primo ministro ci ha intrattenuti con un lungo giro di parole per poi arrivare, solo in fondo, alla sostanza del nuovo DPCM. Il decreto è poi stato prontamente pubblicato e, rispetto a quelli passati, sembra essere più curato e dettagliato. Conte, come è giusto che fosse, ha ribadito più volte che questa nuova fase non va presa come un “libera tutti”, ma si dovrà continuare a mettere in pratica le misure di precauzione come nella fase 1.

Il problema è uno soltanto: è davvero iniziata una nuova fase?

Infatti rispetto alla fase uno si è aggiunta l’apertura di alcuni settori manifatturieri e di quello edile, e la possibilità di andare a trovare parenti che abitano nella stessa regione. Sicuramente è un primo passo avanti: molto importante la riapertura, almeno promessa a parole, dei cantieri nelle scuole. Investiamo in sicurezza visto che le aule sono vuote. Ma il resto?

Il commercio al dettaglio rimane chiuso fino al 18 maggio, bar e ristoranti fino a giugno. La ripresa deve essere graduale e in sicurezza, ma non di questa lentezza. In Spagna e Francia alcuni settori non hanno mai chiuso e hanno continuato a lavorare in sicurezza. Lo stesso poteva essere fatto in Italia. Il governo deve vigilare sulla situazione, ma, al contempo, non si scordi di governare.

Quello che sopratutto mi chiedo è il perché non ripartire regione per regione, a seconda del numero di contagi. La ripresa deve essere più decisa, dando in questo caso, più autonomia alle regioni. Sarebbe utile che le regioni coadiuvassero il governo centrale fornendo un programma per la ripartenza per il proprio territorio: così poi il governo, vagliate le proposte, potrebbe costruire un programma dettagliato e diviso regione per regione. Questo perché, ad esempio, la situazione della Toscana e ben diversa rispetto a quella lombarda. E forse sarebbe necessario spendere le risorse stanziate non per molti sussidi ma per mettere nella condizione di lavorare in sicurezza le molte aziende e i tanti negozi, che costituiscono la spina dorsale di questo paese. Il rischio più grave con la scelta di tardare le riaperture è che parte della classe media si ritrovi in quella più povera.

Il punto critico è poi quello delle celebrazioni liturgiche. Si permette dal 18 maggio la ripresa degli allenamenti in gruppo e al contempo si ribadisce il divieto di celebrare una funzione religiosa. Come era logico che fosse, è arrivato un comunicato della CEI, intitolato “il disaccordo dei vescovi”. In questo documento viene espressa da parte della chiesa la perplessità di fronte alla decisione del governo, ricordando le parole della ministra Lamorgese che aveva ribadito che il governo era al lavoro per consentire la ripresa delle celebrazioni. Ed è giusto, a mio avviso, sostenere che sia stata violata la libertà religiosa. Si permette di fare sport e di non fare una funzione rispettando le normative di sicurezza?

E poi in conferenza stampa si è fatto solamente un minimo accenno alle tematiche della famiglia e della scuola, che dovrebbero essere, come la tutela della salute e del lavoro, priorità per qualsiasi governo.

Ribadisco che sia un momento difficile anche per il governo che deve fare delle scelte complicate, ma la fase due sembrava, da quanto annunciato, l’inizio di una nuova era. Invece le aspettative di molti sono state deluse. Poca attenzione e chiarezza sul tema dei test seriologici e tamponi.

Poi se allora decidono di non far riaprire alcuni settori, che arrivino i soldi direttamente dalle banche alle aziende. L’osservazione migliore è stata fatta dal sindaco di Firenze Nardella, che certo non può essere tacciato di far populismo, come alcuni urlatori seriali. Il Sindaco del capoluogo toscano ha elencato, dopo aver esposto il suo disappunto nei confronti del decreto governativo, i 20 punti che devono seguire imprenditori e lavoratori in piena emergenza covid per ottenere un prestito.

Da ciò si deduce che le persone sono state lasciate in balia della burocrazia inestricabile e lenta, e quindi senza soldi. Infine posso dire che serviva più coraggio e visione per impostare la nuova fase. C’è in ballo la tenuta del sistema produttivo e il rischio che interi settori dell’economia perdano quote di mercato a vantaggio di aziende di altri paesi. Senza un piano strutturato, l’Italia non riparte ma rischia una crisi economica, occupazionale e sociale.

Non siamo davanti alla fase due, ma alla uno e mezzo scarsa. Quello che è mancato è il coraggio per impostare una nuova fase, quella che ci deve portare ad un nuovo rinascimento.

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