BLOG

Lo sport è politica, arrendetevi

Comunicatore & anti-avvocato
Lo sport è politica, arrendetevi

Difficilmente dimenticheremo l’estate 2021. Non abbiamo neppure avuto il tempo di gustarci la scarpetta della “pasta asciutta” di Bonucci in salsa Brexit che Tokyo ha spostato l’asticella parecchio più in là.

Che le Olimpiadi avessero un valore politico debordante in Occidente si sa dall’alba dei tempi: addirittura, le guerre si fermavano appositamente durante i giochi antichi di Olimpia. Quello che forse non ci aspettavamo è che l’estate degli Europei di calcio e di Tokyo mettesse realmente la parola fine sul vecchio dibattito della politica nello sport. Ci abbiamo provato e sperato fino all’ultimo (in fondo, molti ci sperano ancora) ma questa stagione non lascia scampo neanche ai più romantici: lo sport è inequivocabilmente politica, che ci piaccia o no.

Da dove cominciare? Lo sport è politica perché è lo ius sanguinis di Marcell Jacobs, nato a El Paso, che ci ha regalato l’oro nei 100 metri, e di Jorginho (Santa Catarina, Brasile) che ha sconfitto gli inglesi a casa loro. Ma a quante medaglie stiamo rinunciando, e a quante rinunceremo ancora, perché non abbiamo il coraggio di riconoscere lo ius soli? Questa è politica. Lo sport è politica perché, al Gran Premio d’Ungheria, un campione assoluto di F1 come Sebastian Vettel durante l’inno indossa la maglietta LGBT “Same love” e, nelle ore successive al podio, viene squalificato (per un’infrazione che definire assurda sarebbe riduttivo). Una squalifica, ad un campione non fa mai bene, ma lo schiaffo ad Orban, quello si che fa male. Questa è politica. Lo sport è politica perché Paola Egonu è una donna italiana, nera e bisessuale eppure siamo certi che abbia anche dei difetti.

A coloro che sono ancora convinti che lo sport non c’entri nulla con la politica si suggerisce di rispolverare la biografia del “Dio del calcio”: quanto è stato politico Diego Armando Maradona?

Lo sport è politica e lo è sempre stato. A scanso di equivoci, tifare per una determinata squadra non significa ovviamente aderire ad un qualsivoglia programma politico: sostenere il Milan (esempio evergreen) non vuol dire essere berlusconiani; ma convincersi che il mondo dello sport possa restarsene su un’isola, lontano dall’attualità politica e dalle battaglie per i diritti civili è pura demagogia. Jesse Owens che, alle Olimpiadi di Berlino del 1936, vince quattro ori nei 100 e 200 metri, nel salto in lungo e nella staffetta 4 x 100, al cospetto di Hitler e del Terzo Reich; il silenzioso ruggito delle “Pantere nere” nel 1968, a Città del Messico, con il guanto nero alzato: sono messaggi di antirazzismo cristallizzati. Il braccio teso di Paolo Di Canio è un messaggio politico; Gino Bartali è un messaggio politico (ex post) da riscoprire; i calciatori italiani tutti inginocchiati per il black lives matter, prima della finale Inghilterra-Italia, sono un messaggio politico; Tom Daley che fa l’uncinetto in tribuna è un messaggio politico.

La conclusione di Tokyo 2020 risuona come una sentenza. La brutta nuova di oggi è che lo sport è politica. Facciamocene una ragione, elaboriamo il lutto. Ma la vera notizia è un’altra ed è più dolce: lo sport non è la solita politica che siamo abituati a conoscere e disprezzare. Non è la politica particolare e partitica, la politica propagandistica, finalizzata al consenso elettorale. È una politica più sana, più autentica, spogliata del linguaggio politichese e da quel fastidioso parlare ad oltranza fino all’annullamento del concetto dell’avversario (e del proprio). Lo sport è la politica che, attraverso simboli, gesti, cronometri, outfits e condivisioni di medaglie, spinge la società contemporanea a superarsi. In poche parole: ciò che la politica non riesce più a fare.

SCOPRI TUTTI GLI AUTORI