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Napoleone, Giulio Cesare e il consulente strategico

Giornalista e saggista
Napoleone, Giulio Cesare e il consulente strategico

La Pusc, acronimo che sta per Pontificia Università della Santa Croce, in pratica l’Ateneo dell’Opus Dei, ha una importante caratteristica: possiede una Facoltà di Comunicazione Istituzionale, davvero unica nel suo genere. Unica perchè tra tutte le Facoltà di comunicazione degli Atenei cattolici, solo loro si occupano di “comunicazione istituzionale”. E svolgono encomiabili attività. Un appuntamento biennale dedicato a chi si occupa di comunicazione nella Chiesa (uffici stampa di diocesi e conferenze episcopali e quant’altro) e adesso hanno attivato un corso on line gratuito di 4 moduli, dedicato ad introdurre il tema, appunto, della comunicazione istituzionale.

Non per questo proliferare di attività si può dire che la comunicazione della Chiesa e nella Chiesa sia migliore. Di solito infatti quanto si tratta di disegnare attività di questo genere si fa ricorso non solo a risorse interne (i famosi ‘uffici stampa’) ma anche (soprattutto!) si chiede il supporto di qualche consulente “strategico”.

Si tratta di una figura nuova: un esperto considerato super esperto, di solito catapultato, anzi paracadutato dall’alto, che nulla sa di dinamiche ecclesiali e di equilibri interni e si muove come il famoso elefante nella cristalleria. Se Napoleone avesse avuto un consulente strategico, di sicuro Waterloo sarebbe stata un’altra storia. E anche Giulio Cesare avrebbe evitato le famose 44 coltellate e così anche molti altri disastri della storia passata e recente potevano non accadere. Chissà, sarebbe interessante rileggere tante vicende alla luce dei consulenti strategici che arrivano, spazzano via tutto quel che trovano, comandano sugli uffici stampa che stanno lì a faticare ogni giorno per trovare la quadra di una comunicazione reale ed efficace e magari anche credibile.

Infatti la domanda è: dal Concilio Vaticano in poi, dal lontano 1963, con il documento Inter Mirifica, dedicato proprio ai mass media, e poi con le giornate annuali dedicate alle comunicazioni sociali (dal 1967 ad oggi, ben 54 con relativi messaggi papali!), con diversi documenti, con le Facoltà di diverse università pontificie, con il lavoro dei portavoce e degli uffici stampa (basa contare quelli che ci sono in Vaticano, dalla Sala Stampa che fa parte del Dicastero per la Comunicazione e via discorrendo…), possiamo dire che nella Chiesa esiste una cultura della comunicazione?

Invece di rispondere vi racconto un colloquio che ho avuto tanti anni fa con don Franco Lever, salesiano, un vero profondo conoscitore dei mass media, decano  (preside, per tanti anni) della Facoltà di comunicazione sociale della Pontificia Università Salesiana di Roma, quando di facoltà di comunicazione e di scienze della comunicazione negli atenei statali non solo italiani neppure si parlava! Immaginarsi dunque quanto siano stati anticipatori i salesiani in particolare e la Chiesa cattolica in generale.

Ebbene la conversazione fu molto semplice. Ad un certo momento, dopo aver affrontato diversi argomenti gli chiesi: “don Franco, sono molti anni che formate sacerdoti, suore, laici, alla comunicazione e tanti di loro oramai lavorano negli uffici di comunicazione delle diocesi o insegnano a loro volta. Non si può pensare a qualche forma di verifica della formazione ricevuta, per verificare se ed in che modo sia cambiata o stia cambiando la comunicazione nella Chiesa?” Risposta: non ci abbiamo mai pensato. E finì lì.

Poi gli anni sono passati e sono arrivate le “comunicazioni istituzionali” e l’invenzione dei “consulenti strategici” che stanno lì apposta per sviare l’attenzione.  La comunicazione nella Chiesa è una faccenda complessa, che ha a che fare con la comunicazione esterna e la comunicazione interna; senza l’una, l’altra zoppica. Ha a che fare con il lavoro dei laici che si occupano di comunicazione e sono giornalisti professionisti, non impiegati qualunque. Ed ha a che fare con quanto vengano ascoltati dal clero che nei dicasteri e nelle diocesi di solito ha sempre l’ultima parola per motivo di “colletto bianco da prete”. E la trasparenza? E la gestione dei rapporti con i media? E cosa vogliamo comunicare ed in che modo? Domande non per gli uffici stampa che lavorano ogni giorno e di cui ci si dovrebbe fidare, ma per il consulente strategico. Destinato a moltiplicarsi, non a scomparire, neppure dopo le brutte figure e i milioni buttati al vento delle cronache ecclesiali di questi ultimi mesi che hanno per protagonisti vari “consulenti”, strategici o meno. Tanto Napoleone a Waterloo ha perso. 

 

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