BLOG

Organizziamo la Speranza: Verso la fase 3

Organizziamo la Speranza: Verso la fase 3

Speriamo: che finisca presto”; di ripartire in sicurezza”; “di poterci rivedere e riabbracciarci”; di stoppare i contagi”; “di consolare i parenti delle vittime e di non avere più morti”.

Frasi che spesso ripetiamo quasi come un mantra durante questa terribile epidemia. Papa Francesco ha addirittura parlato del “diritto alla speranza”, che per un fedele è consapevolezza che Dio si è fatto uomo per condividere le sofferenze e che non ci abbandona. E, per chi non crede, il “diritto alla speranza” rappresenta comunque una sorta di rivendicazione dell’umanità afflitta dalla pandemia. Per questo la speranza va organizzata e, in teoria, la rintracciamo nella diminuzione dei malati di coronavirus degli ultimi giorni, nella prospettiva di allentare il lockdown e nelle ipotesi di ripartenza della cosiddetta fase2. Nella pratica, credo che la fase 2 non possa farci ricadere nella fase 1 e debba portarci in tempi brevi alla fase 3. Nella fase 2, il centro della speranza, i cittadini e le cittadine vorrebbero essere innanzitutto rassicurati sulla capacità del sistema sanitario di arginare l’epidemia da Covid. Desidererebbero innanzitutto avere chiarezza sulla realizzazione più massiccia dei tamponi, anche in modalità drive through, e dell’uso dei test sierologici, con interventi uniformi in tutto il territorio nazionale.   Personalmente sono ancora amareggiata per la non considerazione di un mio emendamento in Senato al Cura Italia che andava in tale direzione già quattro settimane fa e che proponeva i tamponi in primis ai medici e a tutti gli operatori socio sanitari per stoppare definitivamente i contagi negli ospedali e nelle RSA. A mio avviso sono necessarie ora task force domiciliari, attivate dai medici di base, dai pediatri di libera scelta o dalla guardia medica e non dai singoli cittadini, che disperatamente, troppo spesso lasciati soli nella fase 1, hanno chiamato il 118 in caso di condizioni particolarmente critiche per se stessi o per i propri familiari. Occorrono Unità domiciliari che, opportunamente equipaggiate con dispositivi di sicurezza individuali, potranno effettuare tamponi e interventi precoci, prevenendo, ove possibile l’acuirsi della malattia ed eventuali necessità di ricovero. E ancora: ad un cittadino lavoratore, ad una cittadina lavoratrice e ad un cittadino imprenditore, ad una cittadina imprenditrice bisogna garantire la sicurezza del lavoro attraverso presidi sanitari capillari, che siano riferimento efficace per le necessità delle aziende e disponibilità, senza restrizioni, dei dispositivi di contenimento, con la creazione di filiere produttive nazionali per garantire in ogni impresa DIP e termoscan, evitando blocchi delle produzioni. Infine é necessaria la creazione di un fondo alimentato con risorse pubbliche che ristori i maggiori costi sostenuti nei processi produttivi per l’impatto indotto dal Covid 19, vera e propria “forza maggiore” imprevedibile. Ed è proprio l’imprevedibilità del virus che deve indurre lo Stato, in tutte le sue articolazioni, ad attrezzarsi, questa volta in maniera puntuale, per proteggere la salute dei cittadini e delle cittadini e organizzare non un tempo normale ma un periodo “eccezionale”. Nella fase 2 non si può continuare a mettere solo sulle spalle dei cittadini la responsabilità della diffusione del contagio, come si sarebbe fatto in un’epidemia del XIV secolo. La compressione della libertà di movimento e di espressione dei cittadini di queste settimane abbisogna ora di rassicurazioni “pubbliche” perché la fase 3 dovrà arrivare presto, dovremo riorganizzare tutto dalla scuola ai teatri, dai trasporti alla fisioterapia e avremo bisogno di energie, voglia di ricominciare, di inventiva, idee, progetti per rinascere con investimenti adeguati, economia sostenibile, nuovi lavori, coesione sociale.

É questa la nostra speranza che va organizzata.

Contenuti sponsorizzati

Commenti


SCOPRI TUTTI GLI AUTORI