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Più lobby per salvare la Sanità italiana

Più lobby per salvare la Sanità italiana

Le liste d’attesa sono probabilmente uno dei pochi problemi della sanità italiana sui quali maggioranza e opposizione, medici e pazienti riescono a essere d’accordo. Bisogna ridurle. Più difficile è mettersi d’accordo su come farlo, soprattutto quando aumentare i fondi destinati al Servizio Sanitario Nazionale non sembra essere un’opzione facilmente praticabile. Nel frattempo gli italiani hanno già trovato una soluzione, anche se non particolarmente equa: pagano.

Nel 2024 la spesa sanitaria privata ha sfiorato i 50 miliardi di euro, mentre il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale era attorno ai 140 miliardi. Il dato che merita maggiore attenzione, però, è un altro: soltanto il 10% circa di quella spesa passa attraverso assicurazioni e fondi sanitari. Circa 41 miliardi escono direttamente dalle tasche delle famiglie.

È una cifra che racconta molto meglio di tante discussioni sul pubblico e sul privato quello che sta accadendo. Il Servizio Sanitario resta universalistico, ma una parte crescente dei cittadini, quando non riesce ad avere una prestazione nei tempi necessari, la compra sul mercato.

A questo punto un lobbista che rappresenta un fondo sanitario o una compagnia assicurativa potrebbe presentarsi dalle Istituzioni con una richiesta piuttosto prevedibile: aumentare gli incentivi fiscali per favorire l’adesione alla sanità integrativa. Sarebbe perfettamente legittimo e probabilmente farebbe anche contento il cliente. Ma sarebbe un lavoro fatto a metà. La domanda da porsi è se sia possibile utilizzare meglio quei quasi 50 miliardi che gli italiani già spendono, facendo in modo che almeno una parte torni a beneficio del sistema pubblico.

Oggi fondi sanitari e assicurazioni hanno un ruolo ancora limitato. Più di 16 milioni di cittadini risultano iscritti a fondi sanitari, ma l’intermediazione della spesa privata resta marginale. Inoltre, l’accesso alle forme maggiormente incentivate è legato soprattutto al welfare aziendale e quindi al lavoro dipendente, mentre pensionati, disoccupati e altre categorie economicamente più fragili ne restano molto più facilmente fuori.

È a questo punto che la rappresentanza degli interessi può fare un passo in più: verificare se l’interesse di un settore possa contribuire alla soluzione di un problema pubblico, senza bisogno di sostenere che i due coincidano.

Una possibilità è consentire in maniera uniforme alle aziende sanitarie di stipulare convenzioni con fondi e assicurazioni per l’erogazione di prestazioni in libera professione intramuraria a tariffe agevolate. Esperienze di questo tipo esistono già e la Lombardia, per esempio, ha disciplinato nel 2025 le prestazioni erogate dalle strutture pubbliche nell’ambito dell’assistenza sanitaria integrativa.

Il meccanismo avrebbe un effetto piuttosto semplice: una parte della spesa che oggi il cittadino sostiene presso strutture interamente private potrebbe essere indirizzata verso ospedali e aziende sanitarie pubbliche, utilizzando l’intramoenia e aumentando la capacità del sistema di offrire prestazioni.

Naturalmente parlare di sanità integrativa in Italia significa entrare immediatamente in un terreno politico delicato. Il timore è che qualsiasi apertura a fondi e assicurazioni rappresenti un passo verso la privatizzazione del SSN. È una preoccupazione legittima, ma rischia di ignorare un dato piuttosto concreto: la spesa privata esiste già, ed è enorme. La questione è decidere se lasciarla quasi interamente a carico delle famiglie oppure provare a governarla.

C’è anche un’occasione legislativa. Il disegno di legge delega per la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera, presentato dal Governo nel marzo 2026, potrebbe essere la sede per ripensare il rapporto tra Servizio Sanitario Nazionale e sanità integrativa, prevedendo una disciplina più omogenea e superando differenze territoriali che oggi rendono possibile in una Regione ciò che altrove non lo è.

Ed è qui che si vede la differenza tra chiedere una norma per il proprio cliente e fare bene il mestiere del lobbista. Nel primo caso si parte dalla soluzione: servono più incentivi ai fondi sanitari. Nel secondo si parte dal problema: gli italiani spendono quasi 50 miliardi di tasca propria mentre aspettano mesi per una prestazione. Poi si cerca di capire se l’interesse che si rappresenta possa offrire una parte della risposta.

Il risultato può essere lo stesso anche per il cliente. Ma il percorso, e soprattutto la qualità della proposta, sono molto diversi. Perché rappresentare un interesse non significa sostenere che quell’interesse debba prevalere sugli altri. Significa dimostrare che può trovare posto dentro una soluzione che funzioni anche per gli altri.

 

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di Aldo Torchiaro

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