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Renzi e Conte come Turati e Giolitti?

Direttore d'orchestra
Renzi e Conte come Turati e Giolitti?

Lo show down di questi giorni di Renzi rispetto al presidente Conte sembrerebbe ricordare, a livelli più modesti, il famoso discorso di Filippo Turati alla Camera del giugno 1920,il famoso “Rifare l’Italia” nel quale egli rimproverava a Giovanni Giolitti una politica troppo casuale, non strutturata, non basata sulla valorizzazione delle risorse del lavoro, non improntata allo sviluppo.

Conte non é Giolitti, e Renzi non é Turati, ma di quei tempi é simile lo scenario storico: un terribile evento internazionale devastante da cui uscire, in quel caso la grande guerra, la presenza di un governo che si avvale della collaborazione di liberali e socialisti, la presenza di scheggie impazzite populiste e violente che infestano la società, un profondo malessere sociale ed economico del paese, l’incapacità della politica di governare i processi: incapacità che avrà la sua terribile evidenza, cento anni fa, quando il 28 ottobre 1922, 25.000 camicie nere marciano su Roma obbligando Vittorio Emanuele a cedere al ricatto di concedere la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Benito Mussolini, forte in Parlamento solo di 35 deputati su oltre 500.

L’errore di Giolitti, allora, fu di non saldare l’alleanza con i socialisti moderati e, contrariamente alla sua storia e indole, cercare il rapporto con il parttito fascista, legittimando le violenze fasciste contro le ormai numerosissime dimostrazioni di piazza che il Governo non riusciva più a gestire.

Probabilmente se Giolitti non si fosse fatto intimidire dalle manifestazioni di piazza, se avesse stretto un forte patto con i socialisti, se non avesse in maniera avventata sciolto il suo quinto governo, probabilmente l’Italia si sarebbe risparmiata il ventennio fascista.

Ma lo scioglimento del suo governo fu un errore irreparabile, complice Don Sturzo che mise il veto alla sua riconferma e ponendo le basi, con il governo Facta, personaggio debolissimo, allo sfascio del sistema istituzionale.

Giolitti aveva sempre scontentato i grandi proprietari e i grandi capitalisti, che avrebbero voluto un governo repressivo verso i lavoratori sempre più propensi all’attrattiva dei massimalisti, che da lí a un anno avrebbero creato a Livorno il Partito Comunista sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre.

In questa situazione nazionale ed internazionale pesantissima, Filippo Turati squaderna a Giolitti e rinfaccia le ragioni della arretratezza italiana, rinfaccia gli enormi sbagli e traccia una via per la modernizzazione del paese, una via ancora valida oggi per un paese che non ha ancora veramente capito la propria vera vocazione.

Al contrario di Renzi, che é un liberale democratico, Turati era un vero socialista, moderato, che riteneva il proletariato italiano non ancora pronto a gestire direttamente il potere. Turati riteneva utile se non necessario allearsi anche con forze borghesi per la realizzazione del fine del socialismo, da perseguire per via democratica.

La lunga requisitoria di Turati verso Giolitti, consisteva nella accusa di una mancanza di visione unitaria.

Gli interventi economici sul paese, per avere effetto, devono essere coordinati, e strutturati, non casuali.

I vari ministeri devono agire sotto una unica e forte guida di un unico e forte coordinamento: per esempio alle bonifiche idrauliche nei grandi latifondi del sud, devono assolutamente seguire le bonifiche industriali e agricole, unite all’esproprio delle terre ai grandi latifondisti, non per donare le terre ad altri più piccoli proprietari, ma per cedere la gestione dell’intero processo produttivo agricolo ai lavoratori organizzati.

La gestione della ripresa deve essere dunque affidata a consorzi in cui vi siano i lavoratori innanzitutto, in secondo luogo lo Stato, oltre i rappresentanti della vecchia proprietà: senza la saldatura tra capitale e lavoro l’Italia sarebbe stata sempre un paese sottosviluppato. Ma soprattutto i vari ministeri del governo dovevano agire in coordinamento, Turati addiritttura suggeriva di unire i dicasteri.

Turati pensa che gli investimenti dello Stato debbono essere concentrati su capitoli immediatamente redditizi e remunerativi.
Inutile, nell’emergenza, concentrarsi su lunghissime opere pubbliche che per un lungo tempo saranno capitale morto.

Puntare sull’industrializzazione della agricoltura che deve diventare subito intensiva, puntando sulla produzione dei concimi e fertilizzanti, sulla irrigazione e canalizzazione, sui laghi artificiali.

In termini di oggi potremmo dire che investimenti importanti dovrebbero poter essere messi nella forte diminuzione dei costi di produzione agricola, nella irrigazione intensiva, nella meccanizzazione, onde evitare l’utilizzo della nuova schiavitú degli immigrati e del caporalato.

Turati pone un punto centrale sulla elettrificazione del paese, così come Cavour 70 anni prima aveva puntato sulle Ferrovie: importante utilizzare la imponente rete idrica del paese. Turati calcola che i fiumi e i corsi d’acqua italiani possono esprimere qualora utilizzati a fini energetici 4 milioni di cavalli di energia.

Affrancarsi dal carbone straniero e poter produrre energia, elettrificare il paese, una svolta decisiva nella emancipazione economica, per Turati anche morale e culturale, del paese.

In termini attuali, questo aspetto vorrebbe dire riempire di connettività 5G il paese. Questa sarebbe la cosa più importante e urgente anche in tempi di Recovery. Il 5G darà la possibilità di cambiare totalmente il nostro rapporto con il digitale e con il virtuale.
Non so se Renzi ne sta parlando in queste ore negli spazi preposti, sicuramente ne sta parlando il Pd, che sulla modernizzazione del paese ha idee estremamente chiare.

Sarà possibile fare riunioni quasi in presenza stando a centinaia di chilometri di distanza, sarà possibile uno Smart working di eccellenza, sarà possibile la visita di musei e di biblioteche in remoto, l’ascolto di concerti, la gestione di piazze virtuali importanti.

Ma soprattutto il 5G deciderà della vera rivoluzione economica dell’Internet delle cose, internet a tre dimensioni, dell’intelligenza artificiale, della guida autonoma.

In questa guerra perdere l’occasione di irrorare il paese di reti di alta connettività sarebbe un errore imperdonabile, senza contare che la seconda rivoluzione elettrica del paese deve consistere, grazie alla alta connettività, nella rivoluzione della mobilità elettrica non inquinante, altra rivoluzione che ci attendiamo dal piano Recovery.

Ciò non significa lasciare campo in Italia a multinazionali, a megaproprietari, a potenze estere.

Turati si pone nettamente a favore della proprietà statale delle reti elettriche e delle centrali di produzione elettrica, che però vanno date da gestire ai lavoratori organizzati, ai tecnici, che beneficiano autonomamente anche dei proventi di gestione.

Per Turati inoltre la rivoluzione socialista é legata anche alla rivoluzione tecnica. Sono le forze del lavoro e della tecnica unite che svolgono la guida verso l’ emancipazione del paese.

Qui Turati guarda all’esempio della Germania, con la sua fioritura di Universitá tecniche, di Istituti tecnici professionali, di laboratori di ricerca, di esploratori commerciali.

In Italia non ci sono stracci di scuole tecniche, e se ci sono, sono lasciate nell’indigenza.

Questa priorità é ancora all’ordine del giorno oggi.

Scuole, università, centri di ricerca, gran parte delle risorse del Recovery vanno investite in questo.

Tanti altri sono gli spunti di Turati, anche e soprattutto per la rinascita del Mezzogiorno italiano, ma c’è un punto su cui vale insistere: gli sperperi delle azioni dimostrative, gli eccessi nelle spese militari, che andrebbero drasticamente ridotte in quanto non produttive di valore.

Così come la inutilità di opere che iniziano e non finiscono mai. Ogni opera infrastrutturale per essere realizzata dovrebbe avere un tempo di realizzazione certo e definito.

Soprattutto, tornando alla discussione odierna é piuttosto mortificante pensare che una porzione importantissima del Recovery consisterà nel bonus casa 110%, un bonus, una mancia, una azione che non vede un vero e proprio coordinamento pratico e realizzativo da parte dello Stato e che veramente non sarà risolutivo dei tanti problemi ambientali.

Turati insiste su tante altre cose, la diminuzione delle tasse, perché, dice il pagamento delle tasse non sempre é il miglior investimento del capitale visti gli sperperi dello Stato, ma suggerisce anche la confisca dei patrimoni dopo la terza o quarta generazione, affinché i patrimoni continuino a rimanere remunerativi e non semplici capitali inerti che invitano al parassitismo; e ancora lotta alla corruzione nella alta burocrazia, allora dilagante; soppressione di gran parte delle spese militari; internazionalità degli scambi e libero mercato in Europa, moneta unica.

Ma per trarre una morale spicciola per l’oggi, Conte non deve fare l’errore di Giolitti dell’aprile del 21, l’errore di chiedere nuove elezioni, quell’errore ha comportato per l’Italia l’avvento del fascismo, dei vent’anni più tragici della storia italiana, ha comportato Saló, gli eccidi, le deportazioni.

Ci sono troppi pazzi in giro, Conte non si dimostri un Facta e Renzi prenda spunto dalla maturità di Turati.

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