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Se non fosse vera, la storia di Zelensky sarebbe da Oscar

Comunicatore & anti-avvocato
Se non fosse vera, la storia di Zelensky sarebbe da Oscar

Servant of the people”, la serie profetica creata da Zelensky, in onda su La7 tutti i lunedì sera, sta ricevendo un’accoglienza eterogenea: piace ad alcuni e non piace ad altri. Questo tipo di riscontro caratterizza tutte le serie tv del pianeta (con rare eccezioni) ma una cosa è certa: non si tratta di una storia come le altre con un protagonista come gli altri. Bisogna ammettere che il percorso umano e politico di Volodimir Zelensky è un caso di studio appassionante.

Proprio in queste ore è stata diffusa la notizia che Christie’s ha battuto per 90.000 sterline (oltre 105.000 euro) la felpa in pile di Volodimir Zelensky; il ricavato dell’asta verrà interamente devoluto in beneficenza a sostegno del popolo ucraino.  Nell’immaginario collettivo, Zelensky riveste il ruolo di un Presidente combattente, un leader che si presenta al mondo in abbigliamento para-militare, con felpe e  t-shirt verdi che richiamano le tute mimetiche ma che sono anche verde “speranza”. La scelta dell’outfit militare non è affatto inconsueta in politica ma occorre fare dei distinguo. La storia del ventesimo secolo è piena di capi in divisa: Charles de Gaulle, Benito Mussolini, Iosif Stalin, personaggi che, oltre ad essere uomini politici, erano anche militari e durante le guerre non hanno volutamente scisso i ruoli, fondando una parte importante della loro propaganda sull’appartenenza militare.

Nell’epoca contemporanea, invece, si assiste a rappresentanti di Governi e di Stati che vestono in uniforme, nella maggior parte dei casi, solo per far visita periodicamente alle loro forze armate dislocate nelle varie basi militari. Si tratta di appuntamenti istituzionali per i quali vestire in uniforme viene interpretato come un omaggio al lavoro ed alla dedizione dei militari: Renzi, Bush, Obama, Berlusconi, Fini, La Russa, solo per citarne alcuni. Un significato ben diverso ha, invece, l’abbigliamento militare dei fratelli Castro o di Ugo Chavez, che hanno frequentemente vestito in uniforme per comunicare uno stato di guerra ideologica perenne nei confronti del nemico imperialista, nonché per osannare l’identità rivoluzionaria della loro nazione e soprattutto la loro personale storia militare. Un’ulteriore valenza è quella racchiusa nell’attitudine di Matteo Salvini a vestire uniformi o vessilli militari con l’obiettivo di mandare messaggi ai propri elettori sul tema della sicurezza pubblica (comportamento che Salvini conserva tuttora che non ricopre ruoli di Governo). Zelensky, a differenza dell’ampia casistica appena citata, non solo si trova all’interno di un reale conflitto ma vi sta concretamente prendendo parte in prima persona e, come è noto, è un attore e non un militare.

In questo senso, la sua è una figura diametralmente opposta a tanti personaggi della storia, soprattutto a quella di Vladimir Putin che viene invece percepito come il capo politico che, con il suo completo presidenziale, tira le fila dando ordini ai generali da dietro una scrivania. Un uomo solo al comando che prende le distanze (anche fisicamente) dai suoi omologhi occidentali attraverso tavoli lunghissimi e che, quando si interfaccia con i sottoposti, non manca occasione per incutere timore. Molto eloquenti, da questo punto di vista, sono le sue risposte a seguito dell’intervento del capo dei Servizi Segreti russi prima della decisione di “riconoscere l’indipendenza” di Donetsk e Lugansk. Da qui l’equazione “Putin = capo; Zelensky = leader”.

Non ci è possibile prevedere le tempistiche e gli esiti del conflitto, ma è indubbio che la figura del Presidente Zelensky stia ispirando (consciamente e inconsciamente) il popolo ucraino. La resistenza fortemente empatica da lui condotta, sta indirizzando anche l’uso dei social media. Eloquente, a tal proposito, il ruolo della piattaforma cinese Tik Tok nella narrazione bellica: l’invasione dell’Ucraina è la prima guerra raccontata su questo social, divenuto celebre per i contenuti leggeri e disimpegnati, che ora invece si è tramutato in un canale di informazione di assoluta preminenza nella cronaca del conflitto. Dal 24 febbraio, come divulgato da Rai News, i video con hashtag #Zelensky sono oltre 900 milioni e quelli taggati #Ucraina hanno superato i 31 miliardi. Una crescita che va ad incrementare i trend registrati nel 2021, anno in cui Tik Tok è stata la app più scaricata con 665 milioni di download (superando Instagram) con utenti rimasti connessi per oltre un’ora al giorno (superando Youtube).

La comunicazione e l’utilizzo dei social media non cambierà, di certo, “l’esito” del conflitto sul terreno ma è ragionevole pensare che stia contribuendo a influenzare mercati e sanzioni, mettendo in difficoltà i sistemi economici colpiti. In questi mesi, la pressione mediatica ha spinto quasi la totalità dei player industriali a prendere delle posizioni nette attraverso scelte concrete sul mercato russo. Non bisogna poi dimenticare l’impatto umano della comunicazione: la percezione della vicinanza del leader sul campo di battaglia può rinsaldare lo spirito di servizio dei militari, contribuendo a dilatare i tempi della resistenza. Al netto di qualunque legittima congettura, un dato di fatto è evidente: la Russia, sottovalutando le potenzialità comunicative di Zelensky, ha commesso un errore grossolano.

Oltre a rappresentare una défaillance dei consiglieri di Putin, alla base di questo abbaglio va collocato un sistema istituzionale non abituato a gestire in maniera efficace il dissenso, sia quello interno che quello esterno. Eppure, le peculiarità personali e comunicative di Zelensky erano note a tutti, sarebbe bastato guardare la sua serie tv per accorgersene.

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