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Tamponi e test sierologi, la chiarezza della scienza contro il dogma della fede

Agitatore culturale
Tamponi e test sierologi, la chiarezza della scienza contro il dogma della fede

Continua, imperterrita, in questi giorni la discussione su come rilevare il contagio da coronavirus. Ma è il momento di fare chiarezza tra tamponi e test sierologici perché, in realtà, ogni esame risponde a domande diverse. Vediamo quali.

I primi sono eseguiti da personale medico o infermieristico attraverso un tampone appunto (simil cotton fioc) inserito nelle cavità nasali. Quindi arriva in un laboratorio di biologia molecolare e viene analizzato attraverso PCR, cioè amplificazione dei suoi acidi nucleici (geni di RNA) che successivamente sono rilevati in tempo reale (PCR-realtime). Lo scopo è stabilire se una persona ha il virus «dentro di sè» in quel preciso momento (pur con margini di errore), cercando appunto direttamente il suo Rna nelle secrezioni del naso o della gola. Attraverso i tamponi possiamo individuare, oltre ai malati sintomatici, eventuali portatori del virus asintomatici o ancora accertare la guarigione di soggetti prima malati.  

Il recente “tampone in auto”,  di cui si parla dopo che sono partite le sperimentazioni in varie parti d’Italia dopo averli visti in Australia e Corea del Sud, consiste in un vero e proprio tampone (non analisi sugli anticorpi) su persone che abbiano avuto contatti stretti (o il sospetto di contatti) con soggetti positivi, per verificare se si siano a loro volta infettate attraverso analisi svolte appunto da auto o stazioni itineranti e dunque permettono aumentare potenzialmente il numero di tamponi, evitando l’accesso negli ospedali.

I tamponi vengono dunque poi inviati comunque in laboratorio. L’idea è interessante se presuppone di prendere le generalità delle persone sottoposte a tampone, per poi richiamarle in caso di positività, per segnalare l’esigenza di isolamento. Richiederebbe, infatti, un certo lasso di tempo prima di conoscere l’esito dell’analisi. Dunque quello che cambia nei tamponi in auto è semplicemente il luogo in cui si effettua il prelievo del tampone sul paziente.

I test sierologici  attraverso un’analisi sul sangue del paziente, cercano al suo interno degli anticorpi generati dal paziente stesso in risposta all’eventuale suo contatto con il virus. Dunque dimostrano il contatto con il virus in maniera indiretta. Vengono analizzati due tipi di anticorpi chiamati IgM (immunoglobuline M))e IgG (immunoglobuline G). Nella maggior parte dei casi, ma in questo non ancora dimostrato, la prima tipologia compare prima ma è fortemente aspecifica e tende a scomparire dopo l’eliminazione del virus dall’organismo, la seconda necessita di più tempo per formarsi ma è più specifica e tende a rimanere nell’individuo.

I test sierologici possono essere di due tipi. Quelli “veloci” chiamati anche “point-of-care” in quanto possono essere effettuati in qualsiasi luogo per la semplicità di esecuzione e rapidità nel fornire un risultato (sono semplici cassettine in cui si fa cadere la goccia di sangue e dopo max 15 minuti compaiono le bande colorate degli Anticorpi). Esistono poi test sierologici (in ELISA, chemiluminescenza..) che possono essere eseguiti solo in laboratorio e se da un lato sono più affidabili dall’altro richiedono più tempo. Sono questi quelli in fase di sperimentazione più avanzata, e una volta perfezionati poteranno fornire un dato quantitativo.

Dunque i tamponi ci dicono se abbiamo il virus nell’organismo, i test sierologici ci dicono se abbiamo avuto contatti col virus.

Tutti vorremmo che questi test fossero sensibili (cioè con pochi falsi negativi) e specifici (pochi falsi positivi) ma purtroppo, per caratteristiche naturali del metodo, non lo saranno mai del tutto.

A questi “limiti” naturali si aggiungono caratteristiche negative o positive proprie dovute alla diversità dei processi di produzione industriale che li generano. Proprio la differenza di “qualità” tra kit di diverse case farmaceutiche è uno dei primi elementi critici. Quindi occorre stabilire, fra i molti test in commercio (già oltre 120 ditte diverse si sono messe a produrre questi kit) quali sono davvero affidabili. Per determinare questo occorre provarli.

In Veneto dove queste prove sono in corso da alcune settimane gli stessi studiosi ne hanno rilevati alcuni effettivamente affidabili, ma va sottolineato che la maggior parte di essi non sono risultati tali e quindi sarebbe disastroso usarli indistintamente perché potrebbero indurre a considerare immuni dal virus persone che invece non lo sono affatto.

L’altro grosso limite delle analisi sierologiche è “naturale”. Attraverso lo studio su campioni biologici prelevati ai pazienti Covid-19 positivi al momento del ricovero, si è potuto osservare che la risposta anticorpale richiede in genere dai 7 ai 10 giorni a partire dal momento dell’infezione. In questo lasso di tempo, dunque, l’individuo risulta negativo ma può infettare altri individui.  

Altro elemento critico è sapere se gli anticorpi che ha sviluppato l’individuo hanno davvero il potere di «neutralizzare» il virus. Solo in questo caso infatti essi garantirebbero che una persona non possa essere più infettata da Sars-Cov-2 e quindi non possa essere fonte di contagio. Ci sono infatti virus, per esempio l’epatite C, per cui l’organismo sviluppa anticorpi, che sono utili a fini diagnostici (infatti dosati nel sangue possono dire se un individuo è venuto in contatto con l’epatite C), ma che non sono capaci di impedire al virus di sviluppare la malattia e quindi non forniscono immunità.

Altri virus, al contrario, vengono resi innocui dagli anticorpi prodotti verso di essi. Per capire se quelli fabbricati dal nostro sistema immunitario nei confronti di Sars-Cov-2 ricadono in questa seconda categoria serviranno altri test di laboratorio, che si stanno effettuando in queste settimane. A queste criticità si aggiunge anche un’altra riflessione che porta ad una domanda ancora aperta: quanto dura l’eventuale efficacia “neutralizzante” di questi anticorpi? Siamo di fronte ad altra incognita. 

Dunque i kit veloci non hanno valore diagnostico, non servono a individuare soggetti contagiosi ma hanno un importante valore dal punto di vista epidemiologico, perché permettono di verificare in quanti siano venuti a contatto con il virus, ma non dal punto di vista clinico. In pratica, non ci dicono se siamo in presenza di un soggetto con un’infezione in corso.

I test veloci con i quali si sta procedendo in Toscana e Campania, quindi, non sono tamponi, ma possono servire a effettuare un’analisi sui soggetti asintomatici sui quali, in caso di positività, si può procedere con un tampone che indichi se si è guariti o se si può essere ancora fonte di contagio. Se danno esito positivo, inoltre, significa solo che il soggetto è entrato in contatto con il virus, non che sia ammalato. Un domani sarà fondamentale scoprire la reale circolazione del virus, perché facendo i tamponi per la ricerca del virus solo alle persone che presentano sintomi, non abbiamo un’idea chiara di quanto possa essersi diffuso tra la popolazione. 

I tamponi rivelano, invece, gli infetti asintomatici e dunque -pur con i loro limiti- (link articolo precedente) possono sicuramente essere più utili clinicamente in questa fase e sarebbe più utile aumentare la quantità dei tamponi. Questo perché, potendo effettuarli a tutta la popolazione si potrebbe isolare chi è infetto ma magari asintomatico e in grado di trasmettere il virus.

Il problema è di natura tecnica. Attualmente si possono eseguire migliaia di test ma la popolazione si misura in milioni. E quindi occorre procedere per priorità e preferire concentrarsi sulla Lombardia dove si trovano i 2/3 di tutti i pazienti italiani e circa la metà di quelli europei: la vera emergenza.

Bisogna poi sempre ricordare che il tampone risulta positivo solo dopo 4/5 giorni dall’inizio dell’infezione e se viene effettuato nel momento sbagliato potrebbe dare un falso negativo: un rischio che non possiamo permetterci. Non solo, come sottolineato da più parti, nei falsi negativi l’illusione di non essere contagiati generebbe comportamenti pericolosi per tutti.
Dunque, in questa fase, la soluzione migliore nelle zone del Nord Italia è ancora considerarci tutti potenzialmente positivi e possibili “untori”.
In tutto questo, la tempistica che segue la fase dell’epidemia è fondamentale, cosi come il contesto di cui si parla. Quello che può valere in Lombardia oggi può variare in Sicilia tra due settimane, questo causa anche cambiamenti negli obiettivi che ci si pone. Identificazione, contenimento o cura non sono sinonimi. È facile, spinti dalla paura, abbandonarsi a scorciatoie banali ma la complessità dei problemi e la consapevolezza degli impedimenti tecnici dovuti al fatto che stiamo parlando di qualcosa di assolutamente nuovo, devono tradursi in una maggiore cautela anche nella proposta di soluzioni.

La preghiera è di evitare toni definitivi e entusiastici o celebrativi per una o l’altra strada. Perché si corre il grosso rischio di dover ricominciare tutto da capo (come con angoscia scopriamo sta succedendo con la seconda ondata di contagi ad HongKong e Singapore).  

Tutti vogliamo ripartire e metterci questa catastrofe sanitaria alle spalle ma la fede, la speranza, e la buona volontà non bastano alla scienza. Essa vive di esperimenti, prove e controprove. Si stanno effettuando, occorre pazienza.  

N.B.

Oltre ad essere un “agitatore culturale”  sono un Tecnico di Laboratorio Biomedico impiegato presso un grande ospedale pubblico milanese ed ho conseguito la laurea magistrale in Scienza delle professioni sanitarie tecniche diagnostiche presso l’Università degli Studi di Milano.

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