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Vedi Napoli e poi vivi

Vedi Napoli e poi vivi

Vivendo da oltre trent’anni all’estero, sono più che consapevole dei grandi vizi come delle incomparabili virtù del Bel Paese. Che da tre decenni difendo a spada tratta in Europa. Non con meno convinzione di quella con la quale mi trovo spesso a difendere, soprattutto negli ultimi tempi, l’Europa in Italia. Perché Italia ed Europa unita sono le mie due Patrie.

Devo sempre spiegare ai miei amici stranieri che l’Italia racchiude il meglio, ma spesso anche il peggio, dell’umanità. E che per conoscerla e giudicarla bisogna saperla vedere ed osservare. Con occhi capaci di vederne i vari colori e le diverse sfumature. Privi di lenti deformanti o colorate. Siano esse quelle rosa pittoresco di una “romantica donna inglese” del celebre Montesano, che quelle nere delle più truci serie televisive e degli inflazionati talk show televisivi in cui volano solo gli stracci. Oltre al trash della maleducazione dilagante. Ma è cosa che deve essere spiegata spesso anche a noi italiani. Che più di altri in Europa e nel mondo, abbiamo la tendenza a passare in un batter d’occhio dall’autoflagellazione all’auto-esaltazione. Con poca capacità di auto-osservazione. Avendo dimenticato da tempo il  monito dei nostri antenati, che ricordavano che in medio stat virtus. Anche nel giudizio su noi stessi e gli altri.

Stereotipo italiano, ma anche metafora della metafora italiana, è senza ombra di dubbio Napoli. Patria delle patrie delle contraddizioni e degli estremismi più flagranti. Dove nell’arco di pochi chilometri, quando non di metri, bellezze naturali mozzafiato riescono a mischiarsi agli sfregi ambientali e umani più sconvolgenti. E lo stesso può dirsi dell’umanità che la abita. Caratterizzata dalla proverbiale nobiltà d’animo, generosità, empatia ed eleganza senza pari al mondo , che può mischiarsi alle forme sub-umane del più vergognoso degrado, morale ed etico dell’umanità. In una città nelle cui vie possono incrociarsi personaggi usciti dai film di De Sica o del Principe De Curtis, a quelli, sub-umani, delle serie televisive tipo Gomorra. Entrambi appartengono alle due facce della stessa medaglia. Simbolo di questo splendido e tragico teatro dell’umanità, che giustifica il detto «vedi Napoli e poi muori». Forse perché, vista Napoli, si è certi di aver visto sia il Paradiso che l’Inferno. Ma anche il Purgatorio.

Ed è a questo che ho pensato nell’ultima settimana. Percorrendo la via crucis personale di un periodo di preoccupazioni per la salute di mia mamma. Scopertasi inaspettatamente malata oncologica in piena pandemia. Brutta esperienza che spero a lieto fine. E che mi ha però anche offerto delle belle conferme. Che non sono state per me sorprese.

Come quella di dover rendermi da Roma, capitale d’Italia dove abita mia madre, proprio a Napoli, capitale e stereotipo del caos e della disorganizzazione nazionale, per farla operare (in piena zona rossa) da uno dei più grandi chirurghi laparoscopici d’Italia, e non solo. Il Prof. Franco Corcione, Direttore della Chirurgia Generale e oncologica mini-invasiva del Policlinico Universitario Federico II. Le cui mani d’oro confermano l’arte dei grandi maestri napoletani di tutti i campi dell’arte e della scienza. Maestro che non ha infatti mai accettato di lasciare i suoi pazienti, oltre che i suoi allievi, napoletani e dell’Italia del Sud. Nemmeno di fronte ad allettanti offerte dei migliori ospedali del Nord. Rifiuto fatto soltanto per amore della sua città, della sua regione e del nostro meridione. I cui malati non devono essere sempre costretti a lasciare la loro terra per salvarsi la vita. Neppure se incoraggiati dalla possibilità di prezzi aerei ridotti, grazie a convenzione con strutture ospedaliere del Nord-Italia o del Nord-Europa. Ed é cosa che va ad onore di un grande napoletano. Grande nella scienza, ma anche nell’umanità. Che tanto riscatta la Napoli raccontata, a volte anche troppo, dai vari Saviano & C.

L’altra conferma è stata quella di poter trovare, in momenti di difficoltà, il conforto ed il sostegno umano di amici di vero valore. Tra questi quello della famiglia delle Fiamme Gialle Napoletane. Che hanno a capo generali del livello di  Ignazio Gibilaro (comandante Interregionale dell’Italia Meridionale) e Virgilio Pomponi (comandante regionale Campania) della Guardia di Finanza. E non ho potuto non pensare a questa conferma leggendo il bel libro con dedica di Ignazio Gibilaro, « C’era una volta il pool antimafia. I miei anni nel bunker». Col quale l’autore, Leonardo Guarnotta, membro « storico » del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, racconta quegli anni di guerra. Una guerra mai ufficialmente dichiarata dallo Stato italiano ma combattuta ogni giorno a Palermo da quegli autentici eroi. Alcuni diventati martiri. Con quel pool, come raccontato nel libro, lavorava con la silenziosa tenacia da figlio della terra agrigentina, l’allora giovane Capitano Ignazio Gibilaro. Leggendo quel libro e sfogliando il bel calendario 2021 del  Comando Regionale Campania della Guardia di Finanza, dedicato a Totò in Fiamme Gialle, non ho potuto non ripensare all’alchimia delle proporzioni che spiega la storia contemporanea, e forse anche moderna del nostro splendido e sciagurato Paese. Alternata di eroismo e tragedie. Alchimia della composizione del popolo italiano, secondo il dire di un mio compagno di liceo. Oggi apprezzato chirurgo vascolare in quel di Udine. Secondo il Dottore Giulio Andolfatogli italiani si dividono in un terzo di delinquenti, un terzo di ignavi e un terzo di eroi”. Sulle spalle dell’ultimo terzo (che altri paesi non hanno la fortuna di avere) vivono i primi due terzi. La vulgata vuole che Napoli alimenti soprattutto, e di molto, il terzo di delinquenti. Che rappresenta una delle facce più feroci del nostro Paese nel mondo. Pochi però ricordano che Napoli alimenta anche quel terzo che è sempre minoranza, ma che altri paesi non hanno. Quello fatto di autentici eroi. Anche del quotidiano. Spesso silenziosi e operosi. Proprio come il professore Corcione ed il suo formidabile team di colleghi e infermieri. E come i Generali Gibilaro e Pomponi, napoletani nel cuore. E penso sia un dovere farlo sapere o ricordarlo. A tutti. Ma soprattutto a quel terzo di ignavi. Che da soli, se ne avessero il coraggio, potrebbero fare la differenza. Dando maggiore speranza al futuro di Napoli. E con essa a tutto il nostro Paese.

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