"Meloni ha contratto una serie di alleanze inimmaginabili"
Board of Peace, l’ottimismo di Tufarelli: “Il governo ha le carte per essere protagonista, Trump sta usando un modello imprenditoriale che non ha paragoni in politica estera”
Il Presidente del Centro Studi La Parabola analizza il Board of Peace: “La politica estera di Meloni è un successo: perché dubitare sull’adesione?”
Il Board of Peace è ai tornelli di partenza. Maggioranza e opposizione fanno muro contro muro. D’altra parte, proprio perché all’inizio, è difficile sbilanciarsi tra il pieno sostegno e la cieca contrarietà. Francesco Tufarelli, Presidente del Centro Studi La Parabola, ci fornisce degli spunti di osservazione realistici dell’iniziativa.
Presidente, partiamo dai fondamentali. Board of Peace: sappiamo davvero di cosa si tratti?
«L’idea è sicuramente fatta a fin di bene. D’altra parte, mostra una profonda impronta trumpiana. Il ruolo di Donald Trump è ancora da chiarire. Non si capisce se ne eserciterà la leadership in quanto Presidente degli Stati Uniti o a titolo personale».
Cosa cambia?
«La prima è una carica elettiva, subordinata ai cittadini. Mentre quella di Presidente del Board nasce da un’autoproclamazione ed è vitalizia. Le differenze sono evidenti».
Ieri Tajani ha risposto alla Camera, ma il dibattito sull’ingresso o meno dell’Italia è animato da giorni. Per l’Italia davvero avrebbe senso restarne fuori?
«No, adesso no. Siamo in una fase di adesione preliminare in cui tutti in Europa, in maniera più o meno esplicita, sono nelle nostre stesse condizioni. Del resto, Trump in prima persona, dopo averne proclamato la nascita, si è reso conto della necessità di coinvolgere una serie di Paesi che non potevano essere fatti entrare se non come osservatori. Quindi sostanzialmente il primo passo fatto da noi è del tutto coerente».
C’è chi dice che l’articolo 11 della Costituzione non ce lo consente.
«Tutte le Costituzioni sono precedenti a tutti gli accordi che gli Stati fanno nel corso della loro attività in politica estera. L’articolo 11 viene scritto, lo si vede leggendo i lavori preparatori della Costituzione, in vista della nostra adesione all’Onu. Ed è per questo che è in linea con la Carta delle Nazioni Unite. Ma quando sono subentrati i trattati dell’Unione europea, si è dovuto interpretarlo. Tant’è vero che c’è stata una serie di sentenze interpretative della Corte Costituzionale che, a sua volta, è entrata nella sua reale fase operativa solo nel 1956. Quindi nemmeno lei è in coincidenza con la proclamazione della Repubblica».
Al netto del diritto, ci sono degli elementi di politica ed economia internazionale da non sottovalutare.
«Il miliardo per entrare nel Board è una formula strana. È una sorta di tassa di iscrizione anticipata che, nelle procedure operative in uno Stato nazionale, non trova altri esempi. Trump sta usando un modello imprenditoriale che non ha paragoni in politica estera. Un project financing per certi versi sproporzionato, in cui non è definito il cambio-merci e che nessuna Corte dei conti autorizzerebbe. Questo è sicuramente un nodo da sciogliere».
Gli osservatori, in un secondo momento, devono anche agire. Se non altro, come tornaconto di quel miliardo investito. È quanto ci aspetta?
«Mi viene in mente il Principe di Talleyrand, che al Congresso di Vienna, nel 1814, arriva neanche come osservatore. Si limita a chiedere di essere invitato ad ascoltare le riunioni. Ma quella è la mossa del lupo che riesce a entrare nel pollaio. Se sei bravo, oltre a seguire la discussione, ne prendi la conduzione».
Possiamo sperare che Giorgia Meloni abbia lo stesso successo di fronte alla storia?
«Negli ultimi due anni e mezzo, Giorgia Meloni ha contratto una serie di alleanze inimmaginabili. A parte il rapporto con Trump, dobbiamo ricordare l’accordo con la leader giapponese, Sanae Takaichi, e il nuovo legame con la Germania. Un’iniziativa che, modestamente, già un anno fa io stesso scrissi sulla rivista Europa 2028, come un risultato del tutto auspicabile. La sua è una politica estera di indiscusso successo. Perché avere dei dubbi per l’ingresso nel Board?».
Presidente, è finita l’era delle Nazioni Unite?
«No, l’Onu resta in campo come soggetto irrinunciabile per la sicurezza. È precedente a tutto. D’altra parte, le relazioni cambiano. Si dice anche che i nostri rapporti con gli americani sono finiti. Parlare di strappi non è corretto. Soprattutto quando si parla di rapporti lunghi. Quando ti lasci con una fidanzata dopo tanto tempo, hai sempre una serie di ritorni di fiamma e di strascichi. L’interesse degli Stati Uniti per noi è scemato da tempo. Quello che dice Trump oggi l’avrebbe detto probabilmente anche Kamala Harris. Ma in una forma più educata. Com’è stato con Obama».
Se funziona, il Board of Peace sarà un modello replicabile? Per esempio con l’Ucraina e l’Iran?
«Il Board of Peace sta all’Onu come le cooperazioni rafforzate stanno all’Unione europea. È un accordo di un numero limitato di Paesi per la realizzazione di operazioni che non interessano tutti i membri delle Nazioni Unite. È un’operazione più mirata. Resta l’incognita della governance. Questo sì».
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