È stata una crisi telefonata, quella di ieri, per tutti i mercati finanziari. Da settimane Trump annunciava l’attacco all’Iran. Gli scossoni delle Borse erano previsti. Nessuna ha chiuso in positivo. Com’è ovvio. La peggiore è stata Madrid, che ha ceduto tre punti percentuali, seguita da Francoforte (-2,8%) e Milano (-2,2%). Altrettanto movimentato il rally di petrolio e gas. Il primo ha toccato quota 80 dollari al barile, per poi rientrare a 79 dollari. Venerdì scorso aveva chiuso a 72 dollari. Sul fronte gas, il Ttf di Amsterdam è arrivato a 46 euro MW/h, contro i 32 euro MW/h di quattro giorni prima. In salita anche i metalli. D’altra parte, il trend dei preziosi, oro e argento è in crescita fin dall’inizio dell’anno. Lo stesso è per il rame. A questi si aggiunge il rialzo dell’alluminio, che naviga verso i 3.250 dollari alla tonnellata (quasi tre punti percentuali in più rispetto alla settimana passata). Metallo strategico nella transizione digitale ed energy intensive, l’alluminio paga il prezzo del caro-energia.

Il problema infatti è Hormuz. Con la chiusura dello Stretto, si blocca il 20% del consumo di gas e petrolio mondiale. Al pensiero, c’è chi si lecca i baffi. Vedi l’Oil & Gas americano. Il rischio, però, è che il petrolio a 100 dollari dia una nuova botta all’inflazione in Usa, con le implicite ricadute politiche per Trump. Brutto anche l’affare di Ras Tanura, una delle raffinerie più grandi del Medio Oriente, con una capacità di 550mila barili al giorno. Colpita da droni iraniani, la Aramco ne ha sospeso i lavori. Il Golfo, finora Eldorado degli investimenti occidentali, rischia di trasformarsi nella prima linea del conflitto con Teheran. Tutto prevedibile. La zona è da sempre calda. Mentre gli annunci trumpiani hanno fatto da warning preventivo.

Il presidente Usa ha stimato in quattro settimane le operazioni contro il regime. Al netto di come reagirà quest’ultimo. È una tabella di marcia, seppur passibile di revisione, a cui si sono adeguati i mercati. Meno l’economia reale, che non riesce ad acquisire davvero la cultura del risk management. Le aziende avrebbero tutti gli strumenti per contrastare le impennate dei prezzi, facendo hedging e fissando così i prezzi anche su periodi relativamente lunghi. Non lo fanno, preferendo rimanere esposte al rischio. Sperano in un ribasso, che, di questi tempi, è una pia illusione.

Altra incognita, oltre a quella dell’escalation, non certo di secondaria importanza, è il “giorno delle streghe” del 20 marzo, che praticamente dovrebbe coincidere con la fine delle ostilità. Come da prassi, per il terzo venerdì di marzo (insieme a giugno, settembre e dicembre), si ha la scadenza simultanea dei futures su indici, opzioni su indici, opzioni su azioni e futures su azioni singole. È un giorno di ampi volumi scambiati e quindi di grandi oscillazioni. Con i venti di guerra che soffiano, si ipotizza un’ancora maggiore volatilità. Tuttavia, come insegnano i mercati, se le cose si prevedono, non c’è nulla di cui allarmarsi.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).