Esteri
Cellule dormienti, reti e infiltrazioni nell’Ue: non possiamo ignorare le minacce dall’Iran
Bisogna difendere le Comunità ebraiche e rafforzare la cooperazione di Intelligence europea
Nelle ultime ore, alcune fonti dell’apparato di Intelligence occidentale hanno segnalato l’intercettazione di messaggi provenienti dall’Iran che potrebbero essere interpretati come un possibile segnale di attivazione di reti operative dormienti all’estero. Non si tratta, al momento, di un allarme operativo specifico né della prova che attentati siano imminenti. Tuttavia, il solo fatto che simili comunicazioni vengano prese sul serio dalle agenzie di sicurezza europee e americane è sufficiente a ricordarci una verità spesso rimossa dal dibattito pubblico: la guerra tra Israele e Iran non è confinata al Medio Oriente. Può avere ricadute dirette anche sul nostro continente.
La storia recente lo dimostra. Quando Teheran decide di colpire fuori dai propri confini, raramente lo fa con operazioni spettacolari o indiscriminate. Preferisce azioni mirate, calibrate, spesso affidate a reti ibride composte da agenti dei Servizi, militanti di Hezbollah o intermediari criminali. L’obiettivo non è provocare stragi di massa ma lanciare segnali politici: intimidire oppositori, colpire interessi israeliani, dimostrare che il conflitto può essere esportato. In questo quadro, l’Europa rappresenta un terreno più esposto degli Stati Uniti. La libertà di movimento all’interno dello spazio Schengen, la presenza di grandi comunità diasporiche ebraiche e una tradizionale sottovalutazione della minaccia iraniana rispetto a quella jihadista hanno reso il continente negli anni un ambiente relativamente permissivo per le operazioni clandestine di Teheran. Non è un caso che negli ultimi anni diverse operazioni siano state sventate tra Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi.
Anche l’Italia, per ragioni storiche e geografiche, non può considerarsi immune. Il nostro Paese ha mantenuto per decenni rapporti pragmatici con la Repubblica islamica, spesso privilegiando la dimensione economica e diplomatica. Questa scelta ha avuto i suoi vantaggi ma comporta anche una conseguenza: l’Italia è sempre stata percepita come uno spazio relativamente accessibile per attività di influenza, contatti logistici e movimenti di intermediari. Roma e Milano, inoltre, non sono città qualsiasi. Ospitano rappresentanze diplomatiche israeliane, istituzioni internazionali e una delle Comunità ebraiche più antiche e visibili d’Europa. In qualunque scenario di escalation indiretta tra Israele e Iran, questi luoghi assumono inevitabilmente una dimensione simbolica.
Ed è proprio qui che emerge il nodo più delicato. Storicamente, quando Teheran ha colpito all’estero, i bersagli più frequenti sono stati interessi israeliani o istituzioni ebraiche. Non per ragioni di opportunità locale ma perché colpire questi obiettivi consente di trasferire il conflitto su scala globale mantenendo al tempo stesso una certa ambiguità strategica. Il precedente più noto resta l’attentato contro il centro ebraico AMIA di Buenos Aires nel 1994, attribuito alla cooperazione tra Servizi iraniani ed Hezbollah.
Per questo motivo, quando si parla di possibili reti dormienti o di segnali di attivazione, le prime misure di sicurezza riguardano quasi sempre sinagoghe, scuole ebraiche e sedi diplomatiche israeliane. Non si tratta di allarmismo ma di una logica di prevenzione ormai consolidata nelle politiche di sicurezza europee. Tutto ciò non significa che attentati siano imminenti né che l’Europa stia per diventare il nuovo fronte della guerra mediorientale. La preferenza iraniana resta tradizionale per azioni limitate, indirette e difficili da attribuire. Ma ignorare il problema sarebbe un errore altrettanto grave. La dimensione clandestina iraniana si espande ben oltre il Levante. E l’Europa – Italia compresa – non è uno spettatore neutrale. È uno degli spazi in cui quella guerra silenziosa può manifestarsi. Per questo, la priorità non è il panico ma la consapevolezza. Difendere le Comunità ebraiche, proteggere gli obiettivi sensibili e rafforzare la cooperazione di Intelligence europea non significa importare il conflitto in casa nostra. Significa riconoscere che, in un mondo interconnesso, certe guerre non restano mai davvero lontane.
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