Algoritmi che selezionano obiettivi, hacker che colpiscono infrastrutture, campagne di disinformazione che influenzano le opinioni pubbliche. La guerra non si combatte più solo con missili e carri armati. Antonio Teti, esperto di Intelligence e sistemi informativi, docente di IT Governance e Big Data all’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara, spiega come l’IA stia cambiando le operazioni militari e quali rischi potrebbero riflettersi sull’Occidente.

Partiamo dall’attacco congiunto Israele-Stati Uniti contro il regime dell’Iran. Oltre gli apparati bellici, è stata utilizzata anche l’Intelligenza Artificiale?
«Sì, oggi è praticamente impossibile immaginare operazioni militari di questa portata senza l’impiego di sistemi di Intelligenza Artificiale. L’IA viene utilizzata in diversi ambiti operativi: dall’analisi di enormi quantità di dati provenienti da satelliti, droni e sensori di Intelligence, fino alla selezione e prioritizzazione degli obiettivi. Attraverso algoritmi di machine learning e sistemi di analisi predittiva, le forze armate sono in grado di elaborare in tempi rapidissimi informazioni provenienti da fonti HUMINT, SIGINT e OSINT, identificando pattern e vulnerabilità del sistema difensivo avversario. Inoltre l’IA è ormai parte integrante delle operazioni di targeting, cyber-intelligence e guerra elettronica, consentendo di anticipare movimenti nemici, neutralizzare sistemi radar e coordinare operazioni complesse con una precisione che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile».

In Italia l’allerta è massima per eventuali ritorsioni da parte di Teheran. Quali sono gli obiettivi più sensibili?
«Quando si parla di possibili ritorsioni iraniane in Europa e in Italia, bisogna considerare diversi livelli di vulnerabilità. Innanzitutto ci sono obiettivi diplomatici e simbolici, come ambasciate, consolati, sedi di organizzazioni internazionali o luoghi frequentati da personale occidentale. Un secondo livello riguarda infrastrutture critiche, cioè quei sistemi essenziali per il funzionamento del Paese: reti energetiche, trasporti, telecomunicazioni, porti, aeroporti e sistemi informatici della Pubblica amministrazione. Infine non bisogna sottovalutare il fronte cyber, che rappresenta una delle capacità più sviluppate dell’ecosistema iraniano. Teheran dispone di gruppi hacker legati o vicini ai Pasdaran che in passato hanno già condotto campagne di cyber-spionaggio e sabotaggio contro obiettivi occidentali. In questo scenario, un attacco informatico contro infrastrutture digitali potrebbe rappresentare una forma di ritorsione a basso costo ma ad alto impatto».

Senza dimenticare il pericolo di attentati terroristici…
«Il rischio terroristico esiste sempre in contesti di forte tensione geopolitica, ma va analizzato con grande prudenza. L’Iran non utilizza tradizionalmente il terrorismo in modo diretto in Europa, preferendo piuttosto operazioni indirette attraverso proxy o reti affiliate, come alcune organizzazioni sciite o gruppi legati all’area mediorientale. In questi casi, gli obiettivi tendono ad avere una forte valenza simbolica: luoghi pubblici molto frequentati, eventi internazionali o obiettivi legati agli Stati considerati ostili. Va però sottolineato che l’Italia dispone di un sistema di prevenzione e Intelligence molto avanzato e di un efficace coordinamento tra forze di sicurezza, servizi di Intelligence e autorità giudiziarie, che negli ultimi anni ha permesso di neutralizzare diverse minacce prima che si concretizzassero».

È preoccupato, invece, per il possibile utilizzo di droni contro il nostro Paese?
«Il tema dei droni è oggi una delle principali evoluzioni della sicurezza contemporanea. I conflitti recenti – dall’Ucraina al Medio Oriente – hanno dimostrato che anche sistemi relativamente economici possono essere trasformati in strumenti offensivi molto efficaci. Il rischio principale non è tanto quello di attacchi militari diretti contro l’Italia, quanto l’uso di droni modificati per azioni dimostrative o sabotaggi mirati contro infrastrutture sensibili o eventi pubblici. Per questo motivo molti Paesi europei stanno rafforzando i sistemi di counter-UAS, cioè le tecnologie di rilevamento, identificazione e neutralizzazione dei droni ostili. Anche in Italia negli ultimi anni sono stati potenziati i dispositivi di protezione soprattutto in occasione di grandi eventi o in prossimità di infrastrutture strategiche. Va comunque evidenziato che la rilevante distanza chilometrica tra il nostro Paese e l’Iran scongiura questo tipo di pericolo».

Ormai la guerra cognitiva è il ring su cui si disputano i conflitti. Siamo pronti per respingere questo nuovo tipo di minaccia?
«La guerra cognitiva rappresenta probabilmente la dimensione più sofisticata dei conflitti contemporanei. Non si combatte più soltanto sul terreno militare, ma soprattutto nello spazio informativo e nella percezione delle persone. Attraverso campagne di disinformazione, manipolazione delle narrative, deepfake e operazioni psicologiche digitali, gli attori statali e non statali cercano di influenzare opinione pubblica, processi decisionali e stabilità sociale. Anche in questo ambito, l’Italia e l’Europa stanno progressivamente sviluppando strumenti di difesa efficace, ma la vera sfida riguarda la resilienza culturale e informativa delle società democratiche. In altri termini, significa investire non solo in tecnologia e Intelligence, ma anche in alfabetizzazione digitale, capacità critica dei cittadini e cooperazione tra istituzioni, università e settore privato. La difesa cognitiva, in fondo, non riguarda solo gli apparati di sicurezza, ma l’intero ecosistema della società».