Africa Express
Ciad-Sudan: N’Djamena sbarra il confine. La crisi umanitaria rischia di aggravarsi
Dall’inizio del conflitto civile sudanese, il Ciad è diventato una via di fuga per oltre un milione di persone. Carovane di fortuna in marcia nel deserto, rallentate dalle ferite della guerra e dai morsi della fame, scappano in gran numero dal Darfur occidentale: una delle regioni più colpite dalle Forze di Supporto Rapido (le Rsf), confinante con i territori di N’Djamena.
Pochi giorni fa il generale Mahamat Déby Itno, presidente del Ciad, ha decretato la chiusura della frontiera con il Sudan: un confine lungo circa 1300 chilometri adesso sorvegliato, nei suoi punti più nevralgici, da unità scelte dell’esercito ciadiano. La decisione è stata presa in seguito a un’ondata di attacchi a sorpresa condotti dalle Rsf di Hemedti nel territorio del Ciad, in cui hanno perso la vita molti militari.
Nello scorso mese, un’incursione delle milizie ribelli aveva ucciso diversi soldati di N’Djamena posizionati in un presidio militare. Ma questa non è stata la prima violazione commessa dalle Rsf, e neanche l’ultima. Nei giorni scorsi, tra il Ciad e il Sudan, la città di Tiné è stata pesantemente colpita. Cinque soldati hanno perso la vita in un’imboscata a opera dei ribelli di Hemedti, mentre alcune abitazioni sono state colpite da un razzo lanciato dal vicino Darfur. Adesso tra Ciad e Sudan la tensione è altissima. Il presidente Déby Itno starebbe già pensando a una reazione militare, ma le preoccupazioni non riguardano soltanto la sicurezza di N’Djamena. Con la chiusura del confine sudanese, il Ciad sbarra così anche l’unica via d’uscita che era rimasta a decine di migliaia di sfollati perseguitati dalle milizie ribelli. Il Darfur occidentale, infatti, è sotto lo stretto controllo delle Rsf, che in questa regione si sono macchiate delle più grandi atrocità.
Lo scorso 19 febbraio, una missione di inchiesta indipendente Onu aveva sottolineato che le prove dei crimini commessi dai soldati di Hemedti durante il terribile assedio di Al Fasher testimoniavano dei chiari segnali di genocidio ai danni delle comunità non arabe presenti in quell’area. Gruppi etnici come gli Zaghawa e i Fur, vicini all’esercito sudanese rivale delle Rsf, sono stati massacrati. Si stima che soltanto il 40% dei 260mila abitanti di Al Fasher sia riuscito a scappare. Ma adesso, con lo sbarramento del confine con il Ciad, migliaia di persone rischiano di restare intrappolate nella gabbia mortale creata dalle Forze di Supporto Rapido. In questo bagno di sangue cominciato quasi tre anni fa, anche N’Djamena ha le mani sporche.
E non si tratta soltanto della chiusura dell’unico corridoio umanitario rimasto verso il Darfur. Il Ciad è accusato di aver trasportato in Sudan munizioni, equipaggiamenti e veicoli da combattimento destinati proprio a quelle Rsf che adesso minacciano la sicurezza del Paese. Lo Stato di Déby Itno è stato a lungo il tramite degli Emirati Arabi Uniti, nel traffico illecito di armi dentro il Sudan. Abu Dhabi è uno dei principali partner commerciali del Ciad, imprescindibile per i suoi interessi nella regione. Ma adesso le incursioni dei ribelli in territorio straniero sembrano aver spezzato una rete illecita a cui lo Stato ciadiano non è più disposto a partecipare. Intanto in Sudan, la guerra infuria nel Kordofan meridionale. La popolazione, colpita con i droni dalle Rsf, deve affrontare anche la carestia senza poter contare sugli aiuti umanitari, ostacolati dai ribelli. Solamente giovedì scorso, per la prima volta dallo scoppio della guerra civile, un aereo di supporto dell’Onu è potuto atterrare nella capitale Khartoum, riconquistata dall’esercito sudanese quasi un anno fa.
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