L’intervento pubblicato sul numero di marzo di Formiche, anticipa alcuni dei temi al centro del dibattito “EU-US Tech Agenda 2030″ organizzato dalla rivista questa mattina alla Camera.

Oggi l’Europa vive un momento di verità. E lo vive grazie all’Intelligenza Artificiale. Il richiamo arriva da Mario Draghi, ha la forma della constatazione ma è più un monito, che porta con sé urgenza di cambiamento. All’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano a dicembre 2025 ha detto: “Lo scorso anno, gli Stati Uniti hanno prodotto quaranta grandi modelli fondamentali, la Cina quindici e l’Unione europea soltanto tre. Se non colmiamo questo divario e non adotteremo queste tecnologie su larga scala, l’Europa rischia un futuro di stagnazione, con tutte le sue conseguenze”.

Il ritmo del progresso è inarrestabile. Siamo immersi in una rivoluzione epocale, quella digitale, e non facciamo in tempo ad agganciare le trasformazioni in atto che sono già superate. Ma farsi travolgere vuol dire condannarsi all’irrilevanza e alla marginalizzazione. Lo stesso rimanere fermi, mentre le superpotenze mondiali giocano questa partita a scacchi, ognuna con le proprie strategie e le proprie mosse, per guadagnarsi primati nell’innovazione e, attraverso questi, crescita e potere. Gli Usa spendono quasi 700 miliardi di dollari in un solo anno, il mercato cinese punta a raggiungere un valore di 1.400 miliardi entro il 2030. E nel panorama si affaccia anche l’India con 200 miliardi nel biennio. L’Unione europea? Avanza ancora timidamente, con risorse che – seppur in aumento – continuano a essere esigue.

Siamo in ritardo. E questo ritardo – calato in un’era di nuovi equilibri e nuovi corsi, come quello tracciato dal presidente americano in questo secondo mandato – rischia di condurre alla subalternità. Tagliandoci fuori dallo sviluppo e dai suoi effetti. Un danno incalcolabile che l’Europa deve scongiurare, decidendo quale ruolo avere in partita. Trovando la sua via per un protagonismo, per guardare ai grandi della tecnologia che si contendono sfere di influenza alla pari. Contrapponendo un modello europeo, basato su valori e principi democratici, di inclusività, trasparenza e sostenibilità. Fin qui l’Ue ha agito – anche bene – da regolatore. Sufficiente? Niente affatto. E per comprendere la limitatezza di questa visione, basta riavvolgere il nastro a qualche anno fa, all’avvento dei social network.

Eravamo entusiasti, pensavamo che un’innovazione tecnologica fosse per forza democratica, perché dava voce a chi spesso sembrava non averne. Abbiamo ritenuto a lungo che queste piattaforme fossero semplici canali di comunicazione e che dovessero essere senza vincoli. Ma non è così. Oggi quell’illusione si è rotta. Perché ci siamo resi conto che in pochissimi guadagnavano moltissimo utilizzando i dati di tutti. E che avendo a disposizione questi dati erano anche in grado di determinare alcuni processi della vita collettiva. Le regole servono. Ma serve anche costruire degli ambienti fondati su modelli democratici, perché – come ha ricordato il professor Luciano Floridi, direttore del Digital ethics center a Yale – non si possono creare nuovi habitat per l’umanità avvelenati e porsi il problema dopo se vadano bene o meno.

L’Europa deve comprendere come diventare produttore di tecnologia. Deve puntare a una sua forma di sovranità digitale, che non può e non deve essere costruita alzando muri e tenendo fuori tutti gli altri ma investendo in ricerca, formazione, infrastrutture, attraendo talenti, competendo in mercati aperti e strutturando solide collaborazioni che possano giovare all’ecosistema. Ci sono stati dei primi significativi passi che devono essere sostenuti con lungimiranza da tutti i Paesi, compreso il nostro che fin qui non si è mostrato all’altezza della sfida, producendo un provvedimento dedicato all’IA disorganico e praticamente a invarianza finanziaria. Ovvero senza risorse. Occorre avere coraggio, intraprendenza e visione e agire da europei, in un’ottica di scambio di intelligenze e talenti, ma anche di proposta di una eccezionalità da salvaguardare.

Anna Ascani

Autore

Vicepresidente della Camera dei deputati