Dal neorealismo che ha raccontato l’Italia del dopoguerra ai grandi autori che hanno segnato il Novecento, fino alle produzioni contemporanee che circolano sulle piattaforme globali, il cinema italiano ha trasformato storie locali in linguaggio universale. Un immaginario che è in primis industria. L’audiovisivo italiano vale quasi 12 miliardi di euro di ricavi complessivi. Cinema, serialità, produzioni per le piattaforme, servizi tecnici e post-produzione compongono una filiera ampia che genera occupazione qualificata e attiva investimenti sui territori.

Ogni produzione muove una rete di imprese e professionalità, con effetti economici che si estendono ben oltre la durata delle riprese. Ogni set accende per settimane alberghi, trasporti, squadre tecniche. Negli ultimi anni il perno del sistema è stato il tax credit. L’incentivo fiscale copre mediamente poco più del 30% dei costi eleggibili; la quota restante proviene da capitale privato. Nel 2024, a fronte di circa 283 milioni di euro di credito d’imposta, l’investimento complessivo ha superato il miliardo. Ogni euro pubblico ha attivato più di due euro di mercato. Un equilibrio che ha sostenuto la crescita del settore senza trasformarlo in un sistema dipendente dalla spesa pubblica. Un comparto che finanzia progetti molti mesi prima dell’inizio delle riprese richiede regole stabili e accesso al credito garantito. Fino al 2025 il sistema consentiva di accogliere le domande ammissibili anche oltre il plafond annuale, imputando l’eccedenza all’esercizio successivo. Questo meccanismo serviva a rendere certo il tax credit e, di conseguenza, consentiva alle aziende di includerlo nei piani finanziari e nei contratti, e alle banche di finanziarlo.

La programmabilità rappresentava un fattore chiave per attrarre investimenti e garantire continuità produttiva. Al tempo stesso, il sistema mostrava criticità: l’assenza di congrui tetti per singola impresa o opera ha favorito negli anni una concentrazione rilevante delle risorse su pochi grandi operatori, generando squilibri competitivi. La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto un limite invalicabile alla spesa per i crediti d’imposta e ridotto la dotazione minima del Fondo. Il Milleproroghe ha previsto per il 2026 una flessibilità circoscritta, senza aumento delle risorse complessive. Il cambiamento non riguarda soltanto l’ammontare delle risorse, ma la prevedibilità del quadro normativo: con un tetto rigido, l’accesso agli incentivi può dipendere dalla capienza residua e dalla tempistica delle domande. Il risultato è una incertezza strutturale della copertura finanziaria che indebolisce le produzioni e rende l’Italia meno attrattiva, proprio mentre nel resto d’Europa gli incentivi si aggiornano e diventano sempre più competitivi. Il contesto internazionale rende il tema ancora più rilevante.

L’espansione dello streaming e la domanda globale di produzioni locali hanno ampliato il mercato e intensificato la competizione tra Paesi per attrarre set e investimenti. Uno scenario in cui il settore audiovisivo non è solo un comparto produttivo, ma uno strumento di posizionamento internazionale: le immagini circolano, modellano percezioni, incidono sull’attrattività di un Paese per turismo, talenti e capitali. L’industria audiovisiva è oggi una vera e propria infrastruttura di influenza: una rete che genera valore reputazionale, attiva spillover economici e fa da volano a nuove filiere, trainate dall’esposizione globale dei contenuti culturali. La scelta che si apre riguarda il metodo: interventi di breve periodo oppure un quadro duraturo, di lungo termine. Perché i capitali non inseguono le buone intenzioni, ma la certezza. In un settore in cui gli investimenti seguono la prevedibilità delle regole e l’immaginario diventa leva economica, la differenza la fa la visione. E la visione, per essere credibile, richiede orizzonte.

Jacopo Bernardini

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