Nelle conclusioni del Consiglio europeo del 18 e 19 marzo 2026, la competitività occupa uno spazio limitato: meno di dieci punti, contro oltre cinquanta dedicati a politica estera e difesa. Una scelta comprensibile alla luce delle tensioni internazionali, ma che segnala anche un arretramento dell’agenda economica. A uno sguardo più attento, emerge come l’azione delineata dai leader europei si concentri soprattutto sul rafforzamento del mercato unico. L’obiettivo “One Europe, One Market”, da completare entro il 2027, punta su strumenti già noti: armonizzazione delle regole, riduzione degli oneri amministrativi, digitalizzazione e introduzione di un possibile “28° regime” per le imprese. Si tratta, in larga parte, dell’attuazione delle indicazioni contenute nel rapporto di Enrico Letta.

Assente, invece, è qualsiasi riferimento esplicito a una strategia di investimenti comuni per la competitività, che Mario Draghi nel suo Rapporto aveva definito una “sfida esistenziale ed urgentissima”, avvertendo che senza interventi l’Europa rischia “una lenta agonia”. Il suo rapporto individua quattro priorità: colmare il divario di innovazione rispetto a Stati Uniti e Cina, fare della transizione energetica una leva di competitività, ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare la difesa comune. Soprattutto, Draghi quantifica lo sforzo necessario: circa 800–1000 miliardi di euro aggiuntivi l’anno, pari al 4–5% del PIL europeo. Si tratta di investimenti sia pubblici sia privati, da destinare a innovazione di frontiera, infrastrutture transfrontaliere e sicurezza. Un impegno di questa portata richiede una combinazione di strumenti: maggiore mobilitazione di capitali privati, rafforzamento del ruolo delle istituzioni finanziarie europee, ed anche il ricorso a forme di finanziamento comune come gli eurobond, quanto meno per gli investimenti per lo sviluppo di imprese europee della AI e per la difesa comune.

Su questo terreno, tuttavia, le conclusioni del Consiglio restano silenziose. Non si tratta di una lacuna tecnica, ma del riflesso di una divisione politica emersa chiaramente nelle settimane precedenti al vertice. Da un lato, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sánchez hanno sostenuto la necessità di strumenti comuni per finanziare i beni pubblici europei. Dall’altro, il leader tedesco Friedrich Merz ha ribadito la sua contrarietà al debito comune. Per l’Italia questa omissione non è neutrale. Negli ultimi quindici anni il Paese è stato tra le economie a crescita più lenta dell’Unione. La produttività ristagna, il potenziale di espansione è modesto, il debito pubblico resta intorno al 140% del PIL. Il rimbalzo post-pandemia è stato sostenuto in larga parte dal Next Generation EU, che ha rafforzato investimenti e fiducia dei mercati. Ma il PNRR è temporaneo: con il suo esaurimento riemerge il problema strutturale di una crescita insufficiente. Il nodo è prima aritmetico che politico: senza crescita il debito non si riduce; senza investimenti la crescita non riparte. Per un Paese ad alto debito, investire anche in deficit può essere sostenibile se produce un aumento stabile del PIL. In caso contrario, la traiettoria resta fragile e vulnerabile agli shock.

L’Italia si trova così davanti a un bivio. La prima strada è quella della continuità prudente: controllo della spesa, riforme graduali, investimenti compatibili con i vincoli di bilancio europei. È una linea che può garantire stabilità finanziaria e credibilità, ma difficilmente genera una svolta strutturale. In un’economia già debole, il rischio è una stagnazione prolungata. La seconda punta alla crescita: investimenti in difesa, sicurezza energetica, intelligenza artificiale e tecnologie avanzate; rafforzamento delle filiere europee; “Buy European”. Una scelta di questo tipo implica però affrontare il nodo del debito comune europeo. Non è una questione di retorica europeista, ma di posizionamento strategico. Per Roma la scelta è ormai chiara: costruire alleanze per investire insieme e rafforzare la capacità industriale europea, oppure restare vincolata ai propri limiti fiscali e accettare una crescita anemica.

Ma oggi questo bivio si fa ancora più stretto. L’aggravarsi della crisi in Medio Oriente, con lo shock petrolifero si traduce rapidamente in costi più alti per imprese e famiglie, comprimendo la competitività e rallentando la crescita. Se a questa vulnerabilità si somma l’assenza di una strategia europea di investimenti comuni, il quadro diventa critico. I Paesi con maggiore spazio fiscale potranno assorbire lo shock e sostenere le proprie industrie; quelli più indebitati, come l’Italia, rischiano invece di subirlo passivamente. Il rischio, allora, non è più solo quello di una stagnazione lenta. E di un progressivo indebolimento economico in un contesto internazionale sempre più instabile, in cui energia, sicurezza e competitività sono ormai inseparabili. In questo scenario, rinviare il nodo degli investimenti comuni come il Consiglio europeo ha fatto non significa scegliere la prudenza. Significa accettare, implicitamente, una maggiore vulnerabilità, dell’Europa e tanto più dell’Italia.

Carlo Felicioni

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