"Abuso d'ufficio? Europa non chiede reintroduzione"
Costa: “Per i magistrati non esistono errori ma solo effetti collaterali, hanno il dogma dell’infallibilità e ti querelano”
Il deputato di Forza Italia: “Il referendum non ci può fermare riforma della giustizia avanti con più forza”
Avvocato, deputato di Forza Italia ed ex ministro, Enrico Costa è stato tra i protagonisti più esposti della campagna referendaria per il Sì sulla giustizia. Ha sostenuto la riforma con un approccio tecnico e argomentato, denunciando al tempo stesso le distorsioni di una narrazione pubblica sempre più polarizzata. Dopo il voto, rilancia: la battaglia garantista non si interrompe, cambia terreno.
È rimasto sorpreso o deluso dall’esito del referendum?
«Il risultato è sicuramente deludente per chi, come me, ha messo la faccia in modo convinto e appassionato su questa riforma. Non solo per il dato finale, ma perché si trattava di un passaggio importante per affrontare nodi strutturali della giustizia. C’era la consapevolezza che fosse una sfida difficile, ma resta l’amarezza per una occasione mancata».
Perché ha vinto il No?
«Perché la campagna referendaria è stata impostata su slogan completamente sganciati dal merito. Si è parlato di una magistratura sottomessa alla politica, di pubblici ministeri dipendenti dall’esecutivo, di indebolimento della lotta alla criminalità organizzata. Argomentazioni prive di qualsiasi riscontro nel testo della riforma, ma capaci di fare presa sull’opinione pubblica».
Il fronte del Sì ha sbagliato qualcosa?
«Abbiamo fatto una campagna coerente con il nostro stile: spiegare, documentare, approfondire. Ma siamo stati costretti a inseguire le accuse, a smontare narrazioni costruite ad arte. In questo modo abbiamo finito per muoverci sull’agenda degli altri, invece di imporre la nostra. Questo ha pesato».
Che ruolo ha avuto la magistratura nella campagna?
«Un ruolo rilevante. Abbiamo visto una parte della magistratura scendere in campo con posizioni molto nette. Il punto non è il dissenso, che è legittimo, ma il fatto che siano state diffuse letture della riforma non corrispondenti al testo. Questo ha contribuito a creare confusione e disorientamento».
Dopo il voto, tra canti e celebrazioni, si è manifestata una certa hybris corporativa?
«Si è vista una partecipazione inedita, anche nei toni. E questo incide sull’immagine di terzietà. Una magistratura deve essere percepita come imparziale: quando si espone in modo così marcato, il rischio è di compromettere quella percezione. Hanno vinto il referendum, ma hanno perso sul piano della credibilità istituzionale».
Hanno davvero “gettato le reti”? Stanno arrivando avvisi di garanzia anche ai giornalisti…
«Non entro nel merito delle singole vicende, ma il clima è evidente. Segnalo la curiosa circostanza per cui il M5S ripete spesso di stare dalla parte dei giornalisti che ricevono intimidazioni tramite querele temerarie, poi vediamo un senatore 5S che querela e nessuno fiata. Ma c’è qualcosa di più profondo, e più grave…»
Cosa?
«C’è una difficoltà strutturale ad accettare la critica da parte dei magistrati. Per loro non esistono gli errori, ma solo effetti collaterali fisiologici del loro lavoro. Loro non pensano mai di sbagliare, hanno il dogma dell’infallibilità. E appena citi un magistrato, ti querela. Per non dire poi che quando un magistrato agisce in sede civile, le percentuali di accoglimento delle sue richieste sono molto più alte rispetto a quelle dei cittadini comuni. Tre o quattro volte più alte. Questo segnala uno squilibrio. E soprattutto segnala, come dicevo, una concezione per cui l’errore non è mai riconosciuto come tale».
Come può ripartire l’azione riformatrice sulla giustizia?
«Intanto dando continuità politica e culturale a questa battaglia. Trasformeremo i comitati del Sì in strutture permanenti di elaborazione, Comitati per la Giustizia, che non fermeranno la loro azione. Poi c’è il terreno delle leggi ordinarie: prescrizione, intercettazioni, tutela della riservatezza, responsabilità civile, fascicolo di valutazione del magistrato. Non è accettabile un sistema in cui il 99% delle valutazioni è positivo: significa che il meccanismo non funziona, perché mette sullo stesso piano i più bravi e i meno bravi. In quest’ultimo anno della legislatura, dovremo decidere quali norme approvare in Parlamento».
Sul caso delle inchieste che in queste ultime 48 ore lambiscono la politica e la Difesa, cosa può dirci?
«Io non commento le indagini, ma se finisce sui giornali il nome di una persona non indagata, come nel caso di un galantuomo che conosco molto bene come il collega Giorgio Mulé, con il quale abbiamo appena condotto la campagna referendaria, qualcuno deve spiegare perché. Mulé non è indagato e il suo nome non compare nel decreto di perquisizione. Ma i giornali lo tirano in ballo. Conoscono e pubblicano il contenuto di atti coperti da segreto? Sarebbe un reato grave».
Sull’abuso d’ufficio vedo un po’ di confusione: davvero l’Europa ne chiede la reintroduzione?
«No, ed è bene chiarirlo. La nuova direttiva europea lascia ampi margini agli ordinamenti nazionali e non impone
affatto il ripristino dell’abuso d’ufficio. Si parla di valutazioni su comportamenti gravi, ma ogni sistema ha le sue categorie. In Italia esistono già strumenti come la turbativa d’asta o l’induzione illecita, o l’omissione di atti di ufficio. Parlare di reintroduzione obbligata è fuorviante».
Il nodo culturale resta centrale?
«Assolutamente sì. C’è una tendenza a considerare l’indagato come colpevole a prescindere. Ma i numeri dicono altro: centinaia di migliaia di persone ogni anno vengono archiviate o assolte. Un milione nell’ultimo biennio. Questo dovrebbe indurre a maggiore cautela e a rafforzare le garanzie, non a ridurle».
Forza Italia vive una fase di vivacità, di rinnovamento a partire da Palazzo Madama.
«Abbiamo una classe dirigente preparata e un’identità politica chiara e liberale. Ora dobbiamo rafforzare il radicamento territoriale e coinvolgere i nostri iscritti che sono 250.000. La forza di un partito si misura anche da qui, dalla capacità di tenere insieme identità e partecipazione».
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