Ad Atreju, l’intervista di Marco Travaglio a Guido Crosetto diventa un duello. Quasi uno scontro tra Orazi e Curiazi: le ragioni di Mosca contro quelle dell’Occidente. Crosetto smonta una a una le narrazioni di Travaglio. Il titolare della Difesa parla di guerra cognitiva, tra storytelling. «La Nato si è allargata per provocare la Russia? No, no, no. Uno Stato democratico chiede di entrare nella Nato. E la Nato ci mette degli anni a farla entrare. Se non capiamo queste cose finiamo per cedere alla narrativa del Cremlino».

Per Crosetto il problema non è solo Mosca, ma l’Occidente che parla male di sé. «Quando la gente sente i governi europei e le autorità della Nato parlare sempre e soltanto di armi e di soluzioni militari, mentre il furbastro che sta a Mosca dice: “Io non ho mai pensato di attaccarvi, volete che ve lo metta per iscritto?”, allora la gente cede alle narrazioni». E la domanda è brutale: «Non sarà che il problema è che la nostra campana è stonata, più che il fatto che la sua sia più accattivante?». Da qui l’affondo, ironico e insieme durissimo, di Travaglio: «Non è che oltre a fare la guerra alle quinte colonne della cyberwar di Putin dovreste prendere un consulente di comunicazione un po’ più bravo, alla Difesa?». Crosetto rivendica però una linea personale: «Io penso con le parole. E quando parlo di guerra ibrida mi concentro su quella vera, quella alla quale dedico una parte dell’unità». La guerra che non si vede, quella ibrida, la cyberwar, spiega, è già in corso. «Il fatto che nessuno li veda è perché siamo riusciti a fermarli. Quando parlo di centinaia di attacchi gravi, se fossero arrivati nelle vostre banche negli ultimi quindici giorni o avessero colpito un’azienda, ce ne saremmo accorti».

È questa la minaccia che lo preoccupa di più. «Che arrivino dalla Russia, dalla Cina o da hacker che chiedono riscatti, il punto resta sempre lo stesso: le guerre di reti che portano alla disinformazione». Crosetto respinge poi la narrazione manichea. «Lei, Travaglio, fa racconti che sembrano perfetti, ma qualcuno resta tradito. Da una parte l’Occidente cattivo che parla di guerra». Dall’altra, «un Putin che parla di pace. Questo che parla di pace». E qui il ministro inchioda i fatti: «Ieri ha tirato 1.200 missili. L’altro ieri anche. Domani anche. Dopodomani anche. Da oltre mille giorni». Altro che tregua: «Colpisce scuole e ospedali. Il 93 per cento degli obiettivi sono civili». Crosetto racconta un episodio emblematico: «Quando sul Fatto ho letto il 6 novembre che “si sono arresi gli ucraini”, sono andato a verificare. Non era successo. Perché io non devo tifare per gli uni o per gli altri, da ministro devo credere alla realtà».

Il ministro chiarisce una posizione che non concede nulla alla propaganda opposta. «Io non ho mai creduto quando qualcuno diceva all’Occidente che l’Ucraina avrebbe spezzato le reni alla Russia. E non ho mai creduto – l’ho detto tre anni fa ai miei colleghi – che l’Ucraina potesse vincere contro la Russia». Il motivo è crudo, ma reale: «La guerra non si vince con chi ha ragione o chi ha il cuore. La guerra è un insieme di capacità: chi ha più uomini, più armi, più risorse e più tempo. E ha una certa cultura di morte. Come la Russia». Ma non solo la Russia. «Ho denunciato decine di persone perché hanno associato il mio nome e quello di Giorgia Meloni alla parola “genocidio”. Sono schifosi. Fanno propaganda per Hamas». E a proposito, Crosetto annuncia di avere predisposto la denuncia di decine di persone che sui social hanno calunniato lui e Giorgia Meloni al grido di “Complici di genocidio”.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.