I mercati sono nervosi, ma neanche così tanto. Le provocazioni di Trump fanno saltare sulla sedia, ma poi si rivelano meno effettive di quanto si teme. Da un anno a questa parte il mondo è cambiato, ma non sappiamo come sia cambiato. La sola cosa certa di questo momento è l’incertezza. Ormai una costante per gli analisti di politica internazionale e dinamiche finanziarie. La Davos di quest’anno, dove domani è atteso Donald Trump, sembra essere il ring di tutte queste grandi crisi. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Pagani, partner di Vitale, già a capo della Segreteria tecnica del Ministero dell’economia e delle finanze, nonché sherpa G20.

Il World economic forum è sempre stato un appuntamento di finanza internazionale. Questa edizione si svolge però in un contesto in cui è la politica a dettare l’agenda. Come sta reagendo il club più prestigioso del capitalismo a questo stravolgimento dei fatti?
«La politica è sempre stata presente a Davos. Basti ricordare il discorso di Xi durante la prima Presidenza Trump, in cui presentò la Cina come il vero paladino della globalizzazione e del mercato. Oggi però è diverso. I temi geopolitici sono divenuti pervasivi e condizionano pesantemente l’intera agenda del Wef. È il segno dei tempi».

Domani Trump sarà appunto a Davos. Da un anno a questa parte, i mercati stanno reagendo in maniera disordinata alle sue minacce e provocazioni. C’è una via d’uscita?
«I mercati, in realtà, finora sono stati meno volatili di quanto ci si sarebbe potuti attendere. In altri tempi, di fronte a turbolenze geopolitiche di questa intensità, il Treasury americano avrebbe mostrato fibrillazioni ben più marcate. Ho l’impressione che gli investitori non abbiano ancora prezzato fino in fondo il costo delle tensioni in corso. C’è però una spia che sta lampeggiando: il prezzo dell’oro. Sta salendo perché molti stanno comprando ciò che percepiscono come l’unico vero safe asset rimasto».

Tra montagne russe delle borse e dazi, c’è il rischio che anche l’industria reale, soprattutto europea, venga compromessa?
«Finora l’impatto dei dazi americani sulle esportazioni europee è stato limitato, seppure con importanti differenze tra settori. Bisogna che i governi europei facciano attenzione alla diversione di flussi commerciali, per esempio le esportazioni cinesi, che non trovano più sbocchi sui mercati americani. Sul fronte investimenti e tecnologie, gli attuali e futuri investimenti in sicurezza possono avere ricadute positive su molti settori dell’industria europea».

Quali carte ha in mano l’Europa per replicare? Bastano il bazooka e lo stop del parlamento europeo al trattato sulle tariffe Ue-Usa?
«Aspettiamo di vedere cosa accade il primo febbraio (data di eventuale entrata in vigore delle tariffe Usa al 10% contro quei Paesi che hanno schierato i propri soldati in Groenlandia, Ndr), se effettivamente i nuovi dazi annunciati da Trump contro alcuni Paesi europei entreranno veramente in vigore. Allo stesso tempo prepariamoci a tutte le eventualità».

È la fine del capitalismo per come l’abbiamo conosciuto? E così anche per l’Occidente?
«Domanda impegnativa. Direi che nell’oscillare del pendolo tra Stato e mercato, in questo momento le ragioni della geopolitica sembrano prevalere e assistiamo a una frammentazione dell’ordine economico globale. Allo stesso tempo, la progressione e la diffusione delle tecnologie non si arresta e questo rimane un forte fattore di integrazione».

In questo nuovo ordine mondiale, la politica (e la forza) sta avendo il sopravvento. Come si stanno comportando quei soggetti privati quali banche, istituzioni finanziarie e fondi?
«Finora si è guardato agli aspetti positivi: la crescita rimane globalmente su livelli accettabili, l’occupazione è in molti Paesi ai massimi, l’inflazione sembra domata. L’intelligenza artificiale è un elemento potenzialmente trasformativo, con effetti su produttività e innovazione».

La Deutsche Bank ritiene che l’Europa potrebbe iniziare a vendere attivi americani in risposta ai dazi Usa. A sua volta l’India ai Paesi Brics di collegare le valute digitali per semplificare i pagamenti transfrontalieri. È l’inizio di un percorso di dedollarizzazione e quindi di perdita di potere non solo finanziario degli Usa?
«Il “privilegio esorbitante” americano basato sul dollaro è giustificato solo se gli Stati Uniti sono in grado di garantire due beni pubblici globali chiave: stabilità finanziaria e sicurezza. Se l’Amministrazione americana rinuncia scientemente a farlo, la centralità del dollaro non può che indebolirsi. Vi è per l’euro una reale opportunità di diventare valuta di riserva globale affiancando il dollaro».

Domanda finale da un milione di dollari. Siamo alla fine di un’epoca. Questo è evidente. L’Europa è stata costretta a uscire dalla sua comfort zone. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Stiamo cercando di risolvere un’equazione che al momento non ha soluzioni. Ci sono troppe variabili sul presente e altre che non sappiamo nemmeno prevedere. L’unica cosa certa è che siamo alla fine di un capitolo storico. E, attenzione, dobbiamo essere pronti a tutti, veramente tutti, i risultati dell’equazione».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).