Il sistema
Davos, quando i mercati sono stabiliti dagli annunci
C’è un momento, nei forum internazionali, in cui la politica smette di parlare ai governi e inizia a parlare direttamente ai mercati. A Davos è successo di nuovo. E come spesso accade, non sono stati i numeri a muovere i listini, ma le parole. Per giorni, l’economia globale ha vissuto sospesa a una tensione dal sapore quasi surreale: da una parte la minaccia di nuovi dazi, dall’altra una disputa geopolitica che sembrava uscita da un manuale di storia del Novecento. In mezzo, investitori costretti a fare quello che oggi sanno fare meglio, interpretare segnali politici come se fossero dati macro.
Lo si è visto chiaramente sui prezzi. All’apice della tensione, la volatilità implicita sugli indici azionari è risalita in modo brusco, i rendimenti dei Treasury americani sono scesi per effetto di flussi difensivi, mentre oro e yen hanno ripreso il loro ruolo di parcheggio temporaneo del capitale. Non si tratta tanto di un “panico sistemico”, quanto piuttosto di un classico movimento da mercato che riduce il rischio quando il quadro politico diventa opaco. In poche ore, i protagonisti del palco di Davos, Trump in testa, hanno mutato l’umore dei mercati. Le Borse hanno recuperato terreno, i beni rifugio hanno perso appeal, e lo spettro di una nuova possibile “crisi” è tornato ad essere una mera paura fine a sé stessa. Gli indici europei e americani hanno messo a segno rimbalzi rapidi, mentre la volatilità è tornata a comprimersi e i flussi si sono spostati di nuovo verso asset rischiosi. Tutto come se nulla fosse successo. O quasi.
Donald Trump ha usato Davos quasi a mo’ di conferenza stampa – e ben oltre il tempo dedicato di 45 minuti. Si è disteso di circa mezz’ora in più per rimettere al centro la propria versione dei fatti, rivendicare successi economici, ridimensionare le tensioni e mostrare che il controllo della situazione, in fondo, è ancora saldo. Dal punto di vista strettamente finanziario, a ben vedere, il mercato non sta prezzando un nuovo scenario stabile, sta semplicemente togliendo il premio per il rischio di uno scenario peggiore che, per qualche giorno, aveva iniziato a prendere corpo. La reazione quasi automatica degli investitori, in base a quanto emerso a Davos, dice molto sullo stato psicologico del mercato. C’è fame di buone notizie, quasi bisogno di credere che ogni tensione sia negoziabile, ogni crisi rinviabile. Ma la flebile fiducia costruita sui comunicati è, per sua natura, fragile. Lo dimostra il fatto che, nonostante il rimbalzo dell’azionario, molte curve dei tassi restano prudenti, e diversi investitori istituzionali continuano a mantenere coperture e posizionamenti difensivi. In altre parole, il mercato compra il sollievo, ma non sta vendendo l’incertezza.
Davos, anche quest’anno, ha cercato di mettere in scena una tregua, che si configura più come una “pausa” che come presunta stabilità. Dal punto di vista di chi guarda i mercati in modo strutturale, il segnale più interessante di queste settimane non è il rimbalzo delle Borse, ma il cambio di regime nella funzione di reazione dei prezzi. Il sistema resta dunque in un equilibrio precario dato da una volatilità intermittente sensibile agli sviluppi geopolitici. Certo, forse meno teso di qualche giorno fa, ma ancora fortemente esposto a possibili shock improvvisi.
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