Massimo De Angelis, giornalista e scrittore cattolico, studioso dei rapporti tra Chiesa e Israele, autore – tra gli altri – di Il Nuovo rifiuto di Israele. Terra promessa e terra contesa e Gerusalemme. Dove Dio incontra la storia, legge la crisi di queste ore tra guerra, comunicazione e tensioni intraecclesiali.

De Angelis, che cosa sta accadendo davvero in Israele?
«Israele è un Paese in guerra, sotto bombardamenti, con restrizioni alle visite per tutte le confessioni. Quanto accaduto nasce da una certa imprudenza del cardinale Pizzaballa, che non ha tenuto conto delle regole imposte dalle forze dell’ordine in situazione bellica. A questo si è aggiunta una rigidità operativa da parte israeliana. Probabilmente il Patriarcato avrebbe potuto interloquire meglio con le autorità politiche. Da lontano, ho la sensazione che si sia prodotto un automatismo comunicativo non governato».

I media occidentali hanno reagito in modo sproporzionato?
«Sì, la reazione dei mass media occidentali è stata sproporzionata e spesso strumentale. E va chiarito un punto: quanto accaduto non ha nulla a che vedere con limitazioni alla libertà religiosa. In Israele la libertà religiosa è piena e concreta, ancora oggi, e certamente più che in molti Paesi vicini».

Israele è davvero un Paese etnicista?
«È esattamente il contrario. Israele è un mosaico multietnico e multireligioso. Vive anche di turismo religioso, quindi ha interesse strutturale alla convivenza. Parlare di deriva etnicista è un errore grave. Basta guardare i Paesi circostanti per capire cosa significhi davvero l’intolleranza».

Come valuta la figura del Patriarca Pizzaballa?
«La comunità cristiana in Terra Santa è prevalentemente araba, e questo pesa. La Chiesa cattolica ha storicamente dedicato più attenzione agli arabi cristiani che ai pochi cristiani di origine ebraica. In questo contesto, Pizzaballa è stato più sensibile al suo bacino di riferimento. La mia impressione è che, nel tempo, si sia spostato da una posizione equilibrata verso un orientamento più esposto al mondo arabo. Inoltre, non mi pare abbia costruito un dialogo solido con altri cristiani, in particolare evangelici, spesso molto attivi nel sostegno a Israele».

È stata una provocazione la sua iniziativa?
«Non parlerei di provocazione, ma certamente di forzatura. In una situazione di sicurezza, se ricevi un diniego, o sali di livello politico oppure ti fermi. Non era un divieto discriminatorio, ma una misura operativa. Questo va riconosciuto».

Ci sono precedenti per restrizioni simili?
«Sì, basti pensare al Covid: visite sospese, messe seguite in tv, chiese chiuse. Da noi in Italia e in Terra Santa. Anche Papa Francesco celebrava senza fedeli. In quelle circostanze nessuno parlò di attacco alla libertà religiosa. Ci sono momenti in cui la sicurezza prevale».

In Occidente esiste un clima ostile a Israele?
«Esiste una spinta culturale pro-palestinese che spesso coincide, nei fatti, con posizioni favorevoli agli alleati dell’Iran. Questo orienta l’opinione pubblica e, a cascata, la politica. Il rischio è mettere in discussione lo spirito di Nostra Aetate – la dichiarazione del Concilio Vaticano II del 1965 – che invece va rafforzato. Giovanni Paolo II lo spiegò bene: ebraismo e cristianesimo sono intrinsecamente legati, due momenti di una stessa storia. Separarli significa impoverire il cristianesimo».

Perché Israele viene accusato anche quando difende Gerusalemme?
«Dipende dalla chiave di lettura. Se si considera Israele l’aggressore, ogni sua azione appare illegittima. Ma se si riconosce che l’Iran, attraverso i suoi proxy, ha avviato un’aggressione – dal 7 ottobre in poi – allora la difesa di Israele diventa evidente. È una questione di sguardo sulla realtà».

Il dialogo tra mondo cattolico e Israele è a rischio?
«Ha subìto scosse, ma non drammatiche. Il Pontefice è prudente ed equilibrato, e lavorerà per contenere gli effetti di episodi come questo. Nel mondo cattolico esiste anche una parte non ostile a Israele. Per questo non sono pessimista: il dialogo continuerà, pur tra tensioni».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.