Emanuele Fiano, già deputato del Partito Democratico, è stato recentemente al centro di un grave episodio accaduto all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Che cosa sta succedendo a chi si pretende di definirsi “di sinistra”?
«Intanto io non uso mai il sostantivo singolare “sinistra”. Ci sono le sinistre, così come ci sono le destre. È ovvio che io non penso che chi vuole conculcare o vietare il pensiero e la parola a qualcuno possa definirsi di sinistra. Poi loro si definiscono comunisti, è un problema loro, ma la sinistra nella quale mi riconosco io è quella che mira ad allargare libertà e democrazia, non a restringerle. Se sei dalla parte che la libertà la vuole negare, caro mio, sei fuori. Il pensiero progressista è sempre stato questo».

Sembra però che una parte dei militanti si stiano radicalizzando.
«Direi che il fenomeno che descrive è visibile soprattutto nel suo legame con la vicenda mediorientale. Sulla guerra russo-ucraina non è successo lo stesso: c’erano opinioni diverse, ma non episodi di violenza. Nel conflitto tra Israele e Hamas, invece, la durezza della guerra e la tragedia dei civili di Gaza hanno esportato parte di quella violenza anche qui, nelle piazze occidentali. E nel fronte di chi giustamente difende i diritti del popolo palestinese, si è concesso spazio anche a chi difende Hamas o definisce il 7 ottobre “un giorno di resistenza”. Così si legittima l’idea che l’altro non debba esistere — e questo vale tanto nel Medio Oriente quanto nel dibattito politico qui».

Quei ragazzi che la hanno contestato a Venezia cantavano slogan come “Palestina libera dal fiume al mare”, negando di fatto l’esistenza di Israele. Ma si rendono conto della gravità di ciò che dicono?
«Vivono in un mondo in cui gran parte di ciò che sanno arriva da fonti digitali, piene di fake news e disinformazione. Non conoscono la storia, o la conoscono in modo distorto. Alcuni hanno anche cattivi maestri che negano il diritto di Israele ad esistere. Quindi sì, dicono cose violente sorridendo, ma spesso pensano davvero che quella sia la verità storica. E questo è molto pericoloso».

C’è chi parla di guerra cognitiva, di una difficoltà a distinguere verità e propaganda. È così?
«Sì, viviamo in una società — soprattutto tra i più giovani — che è diventata porosa, permeabile alla disinformazione. Le teorie complottiste si diffondono con una facilità impressionante. Ormai frasi come “Israele apartheid”, “gli ebrei dominano il mondo”, “genocidio” sono entrate nel linguaggio comune, senza consapevolezza della loro gravità. Hamas ha vinto la guerra della comunicazione. E se credi che l’avversario non abbia diritto a esistere, prima o poi penserai che non abbia diritto nemmeno di parlare. È una deriva terribile».

Lei ha parlato anche di una “malattia antica”, quasi di un ritorno agli anni di piombo.
«Sì, perché quando ho visto quei gesti — il simbolo della P38, gli sguardi fissi di chi ti dice che non hai diritto di parola — mi è tornato in mente quel periodo. È la stessa radice estremista: il vizio di credere che chi non la pensa come te debba essere annientato. E questo va combattuto, subito e con forza, dalle forze democratiche, politiche e culturali».

Ha detto che non basta la repressione penale, serve una reazione della società civile. Che cosa intendi?
«Le leggi si applicano dopo, quando il reato è commesso. Ma noi dobbiamo agire prima. La società civile, i partiti, le università devono isolare subito l’estremismo. Il Partito Democratico, per esempio, deve reagire con più forza. Non basta la solidarietà: serve una condanna netta e una capacità di prevenire questi episodi. Non possiamo permettere che un gruppo di fanatici decida chi può parlare e chi no».

A proposito del PD: ha sentito la solidarietà del partito e del cosiddetto campo largo?
«Dal Pd sì, assolutamente. La segretaria Elly Schlein mi ha chiamato personalmente e ha condannato con fermezza quanto accaduto. Anche altri dirigenti si sono espressi subito. Dal Movimento 5 Stelle ho visto dichiarazioni più tardive, ma sono arrivate. Non mi interessa il tempismo: mi interessa che si capisca che questo non è un episodio isolato, ma il sintomo di qualcosa di più profondo, organizzato, anche se minoritario».

Gli strateghi di Hamas dicevano che bisogna partire dalle università, perché lì si formano le classi dirigenti…
«Non è un caso. Le università sono un moltiplicatore di opinione pubblica. E paradossalmente sono anche i luoghi dove in Israele si è sviluppata l’opposizione più forte a Netanyahu e alla guerra. Quando parlo contro il boicottaggio accademico, spiego che colpire le università israeliane significa colpire proprio chi cerca la pace. Ma loro mi rispondono: “non importa, bisogna bloccare tutto”. È l’antimateria del pensiero».

E allora che cosa fare? Qual è la risposta che serve oggi?
«Serve una reazione democratica ferma, non solo politica ma anche culturale. Dobbiamo tornare a educare al dubbio, al confronto, al rispetto delle idee altrui. La libertà non si difende con la censura. E chi la pensa diversamente da te non va zittito: va ascoltato e contestato con argomenti, non con urla e minacce. È questo il cuore della sinistra in cui credo».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.