Politica
Forza Italia al Teatro Manzoni: casa Berlusconi benedice l’unità azzurra e apre la porta al centro riformista
Trentadue anni dalla discesa in campo, il partito azzurro celebra la ritrovata compattezza sotto l’egida della famiglia del Cavaliere. E l’arrivo di Calenda segna una svolta: il centrodestra guarda oltre le derive sovraniste
Non è un caso che la tappa milanese della tre giorni azzurra si sia celebrata proprio al Teatro Manzoni. Quel palcoscenico appartiene alla storia di Silvio Berlusconi ancor prima che alla storia di Forza Italia: fu lui, nel 1978, a salvarlo dalla chiusura e dalla trasformazione in supermercato. Ed è lì, in quella sala che trasuda ancora il profumo della rivoluzione liberale del ’94, che oggi si consuma un passaggio politico destinato a segnare il futuro del partito e, probabilmente, dell’intera coalizione di centrodestra. Fisicamente assenti Marina e Pier Silvio Berlusconi, ma il segno del loro ruolo era ovunque. Paolo Berlusconi, intervenuto a margine dell’evento, lo ha detto senza giri di parole: «Sono concorde con Marina e Piersilvio sugli auspici di un partito con una spinta sempre più liberale». Un endorsement che chiude settimane di retroscena, colloqui riservati e interpretazioni maliziose sulla tenuta del vertice azzurro. Chi conosce le dinamiche interne di Forza Italia sa che l’incontro tra Marina Berlusconi e Roberto Occhiuto, consumatosi mercoledì scorso nella residenza milanese della presidente di Fininvest, ha rappresentato il punto di svolta. Fonti interne al partito riferiscono che la primogenita dell’ex premier avrebbe ribadito l’opportunità di un partito aperto e la necessità di una maggiore spinta liberale, facendosi garante dell’unità e allontanando la nascita di correnti interne. Occhiuto, che qualcuno aveva frettolosamente incoronato leader della fronda, ne è uscito perfettamente allineato: nessuna scalata, nessuna sfida congressuale, ma l’impegno a lavorare con Tajani per portare Forza Italia al 20%.
Il partito che guarda oltre se stesso
Un migliaio di persone hanno affollato il teatro per la giornata conclusiva della kermesse che, dopo Napoli e Roma, ha portato i vertici azzurri nel cuore della capitale economica del Paese. In prima fila, accanto a Letizia Moratti – promotrice dell’evento nella sua veste di presidente della Consulta nazionale – sedevano il segretario Antonio Tajani, i ministri Gilberto Pichetto Fratin e Paolo Zangrillo, i capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli. E poi Marta Fascina, compagna del Cavaliere fino alla sua scomparsa, e Fedele Confalonieri, custode della memoria aziendale e politica berlusconiana. Ma il dato politicamente più significativo stava qualche fila più in là: Carlo Calenda, segretario di Azione, accolto con un’ovazione che ha sorpreso molti. Con lui, la presenza- tra gli altri – dell’economista Carlo Cottarelli, a rappresentare quel mondo accademico e tecnocratico che guarda con interesse al riposizionamento del centrodestra italiano. Tajani ha chiuso l’evento con un messaggio netto: «Il centrosinistra è morto, resta solo la sinistra». E ha indicato la strada: costruire «una grande forza popolare, europeista e atlantica, per diventare non il centro del centrodestra ma il centro della politica del Paese».
Il ruolo di Letizia Moratti: la tessitrice
Chi osserva da vicino l’evoluzione di Forza Italia non può ignorare il ruolo sempre più centrale di Letizia Moratti. L’ex sindaco di Milano, rientrata nel partito dopo la parentesi terzopolista, si è ritagliata negli ultimi mesi una funzione di cerniera tra le diverse anime azzurre e di ponte verso l’area riformista che oggi non trova casa né a sinistra né tra i sovranisti. Dal palco del Manzoni, la presidente della Consulta nazionale ha pronunciato parole che suonano come un manifesto programmatico: «Leggendo e osservando le cronache politiche nazionali di queste ultime settimane, emerge con chiarezza che Forza Italia avrà una responsabilità in più. Perché nuove forze riformiste e liberali potrebbero colmare nel centrodestra l’addio di posizioni estremiste che, fino ad oggi, hanno scoraggiato l’avvicinamento dei moderati». Un riferimento trasparente all’uscita dalla Lega di figure come Vannacci, che ha liberato spazio politico che qualcuno deve occupare. Moratti ha inoltre sottolineato come «non sia il tempo delle divisioni, ma delle soluzioni», offrendo «un metodo fatto di dialogo, responsabilità e spirito costruttivo». Parole che fotografano la nuova postura del partito: non più formazione arroccata a difesa delle proprie rendite di posizione, ma soggetto dinamico capace di attrarre chi cerca un approdo moderato, europeista, atlantista.
Calenda e la svolta centrista del centrodestra
L’intervento di Carlo Calenda ha strappato gli applausi più convinti della mattinata: «Se ci sarà spazio per lavorare insieme ne sarò felicissimo. Anche perché condividere un partito con Conte, Bonelli, Fratoianni o Salvini e Vannacci, io proprio non ce la faccio». Una dichiarazione di equidistanza dagli estremismi che suona come una candidatura al ruolo di interlocutore privilegiato per la costruzione di un nuovo asse riformista. Il leader di Azione ha poi affondato il colpo sulle derive sovraniste: «Non credo che possiamo fare finta di niente su chi inneggia alla Decima Mas e contemporaneamente supporta Putin e Trump quando mette dazi all’Europa. Questi sovranisti sono sempre sovranisti contro la loro patria. Azione non ci sta». Per chi legge i sommovimenti della politica italiana con occhio attento, la presenza di Calenda al Manzoni non è una semplice cortesia istituzionale. È il segnale che Azione – con i suoi vertici, da Ettore Rosato a Elena Bonetti – rappresenta ormai una concreta possibilità di riequilibrio dell’asse del centrodestra su posizioni autenticamente riformiste. Un’operazione che, nelle intenzioni dei suoi promotori, potrebbe trovare un primo banco di prova alle comunali di Milano del 2027, dove già si ragiona su candidature condivise.
Il messaggio della famiglia Berlusconi
Paolo Berlusconi, intervenuto all’uscita dal teatro, ha benedetto esplicitamente questa apertura: «L’arricchimento di persone che rafforzino questo grande lavoro che Forza Italia deve fare all’interno di un governo per consolidare la sua posizione centrista credo sia utile». E su Calenda: «È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione». Non è sfuggito ai presenti il richiamo all’eredità di famiglia: «Ricordiamo sempre l’ultimo messaggio di Silvio: Forza Italia è il partito dell’amore e del cuore per i nostri figli, per i nipoti, per tutti. Chi sposa questo è ben accetto». Quindi porte aperte a chiunque condivida i valori fondanti, senza pregiudiziali di provenienza.
Tajani: l’obiettivo è il 20%
«Raggiungere il 10 per cento non basta per essere determinanti», ha scandito Tajani dal palco. «Dobbiamo rafforzare la nostra identità perché il grande sogno di Silvio Berlusconi lo si vede nel nome del Partito popolare europeo». Il segretario ha annunciato l’intenzione di celebrare i 50 anni del PPE con un grande evento a Roma, per richiamare «attorno alle nostre bandiere tutti quelli che si riconoscono in quei valori, milioni di italiani che stanno ancora cercando un’identità politica». È la rivendicazione di uno spazio politico enorme, quello che si apre tra i populismi di destra e di sinistra, che Forza Italia intende occupare costruendo alleanze con le forze riformiste oggi disperse o senza rappresentanza adeguata.
Il prossimo congresso e l’unità ritrovata
Il vicesegretario Stefano Benigni ha chiuso la kermesse con un tributo a Tajani: «Gli ultimi tre anni sono stati impegnativi e difficili. E se siamo ancora qua lo dobbiamo ad Antonio Tajani, che più di tutti ci ha creduto e, con passione e determinazione, ci ha presi per mano portandoci verso nuovi traguardi». E ha annunciato il sostegno al segretario nel prossimo congresso nazionale: «Antonio Tajani è una guida autorevole, un punto di riferimento per tutti noi e saremo ancora una volta al suo fianco». Parole che sembrano chiudere definitivamente la stagione delle voci su scalate interne. La famiglia Berlusconi ha parlato, i vertici hanno risposto. Forza Italia esce dal Manzoni più compatta e con un orizzonte chiaro: diventare il baricentro di un centrodestra che, per vincere, deve scrollarsi di dosso le incrostazioni sovraniste e tornare a parlare il linguaggio dei moderati, degli europeisti, dei liberali. La partita è appena iniziata. Ma oggi, in quel teatro che Silvio Berlusconi salvò quasi mezzo secolo fa, si è scritta una pagina nuova. Che porta la firma della famiglia, la tessitura di Moratti. E, forse, il futuro di Calenda.
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