Sono 26 i progetti di eolico offshore pronti ai blocchi di partenza. Circa 18,5 Gigawatt che potrebbero soddisfare il 15% del fabbisogno energetico nazionale entro il 2050. Tuttavia, la filiera è in panne. Un anno e mezzo fa, il decreto Fer2 ha lasciato ben sperare. Oggi siamo fermi. L’Aero, associazione di categoria nata dall’iniziativa di 13 soci fondatori e che oggi riunisce 63 imprese, ha scritto un appello al Ministro Pichetto Fratin perché l’Italia rischia di lasciarsi sfuggire un’occasione. Ne abbiamo parlato con Fulvio Mamone Capria, Presidente di Aero.

Perché in questa lettera parlate di svolta o sconfitta nel 2026?
«Da quando è stato pubblicato il Fer2 nulla è stato fatto per avviare una prima gara. Nonostante ci fossero già quattro progetti approvati pari a 2,3 GW complessivi. E già un quinto è prossimo ad arrivare per altri 500 MW».

E perché non partono?
«Il Mase sta rallentando l’uscita delle gare. Pare che, fino a sei-nove mesi fa, ci fossero pochi progetti in competizione tra loro. Non è vero. Soltanto ora si stanno accorgendo che le tipologie degli impianti sono diverse. Quelli a fondazione fissa, come a Rimini e Ravenna sono un modello già noto nei mari del Nord Europa. In Puglia, Sicilia e Sardegna si punta alla nuova tecnologia galleggiante. E comunque 2,3/2,8 GW non sono pochi, per le condizioni energetiche del Paese non rinuncerei a nulla».

Cosa ha bloccato gli ingranaggi?
«Sembra che si voglia stremare gli investitori che fino ad oggi hanno svincolato 300 milioni di euro di capitali propri. Con il rischio di avviare contenziosi e ricorsi da evitare».

Perché?
«Perché le rinnovabili offshore prevedono una tariffa base di 185 MW/€. La differenza tra il costo dell’energia e questa tariffa è il differenziale che serve a sviluppare l’industria. È vero che gli incentivi andranno a ricadere sui consumatori dal 2031 in avanti, vale a dire quando le vecchie rinnovabili avranno finito di pesare sulla bolletta dei cittadini, allora i nostri costi per 3,8 GW saranno di un euro al mese in più a famiglia».

Solo un euro?
«Sì, a fronte del quale la nostra filiera ne anticiperà miliardi. Fino a triplicare quell’euro in termini di investimenti e occupazione nel Sud Italia. Penso agli investimenti nei cantieri portuali, nella costruzione degli impianti galleggianti e nell’assemblaggio di aerogeneratori. Se riuscissimo ad arrivare al 2050 con almeno 15 GW di potenziale di eolico offshore, avremmo coinvolto una filiera di oltre 11mila operatori nella fase di costruzione, con almeno 3mila persone fisse per un quarto di secolo».

Dove manca l’azione politica?
«Una parte del governo non ha ancora capito il potenziale che ha in mano e si spaventa soltanto di un immaginario di costo in bolletta che non è attualizzabile al 2026, ma lo sarà dal 2031. Guai però a far passare l’immagine delle rinnovabili come un appesantimento nella vita dei cittadini».

Quali sono le vostre richieste nella lettera indirizzata al Mase?
«Abbiamo scritto a Pichetto Fratin perché Meloni intenda che, con l’eolico offshore, possiamo diventare leader nel Mediterraneo di una nuova tecnologia che non è in fase sperimentale come il nucleare, ma è già un’operazione industriale vera. Il Paese potrebbe non essere più schiavo delle fossili».

C’è chi dice che le vostre strutture sono impattanti.
«Siamo impercettibili essendo lontanissimi dalla costa, parliamo di 10-12 miglia. Da un punto di vista ambientale non siamo un problema».

E i fondali? Pescatori e ambientalisti non si sono dimostrati vostri amici.
«I nostri galleggianti si sostengono con degli ancoraggi, che ricreeranno degli habitat naturali ormai devastati nel Mediterraneo e dove c’è assenza di specie ittiche e i nostri impianti faranno da fermo biologico. I microrganismi andranno a insediare gli ancoraggi e avvicineranno i piccoli pesci e così via i più grandi».

Grazie alle Fer è possibile immaginare l’Italia come hub energetico per il resto d’Europa?
«Di recente è stato approvato dalla Commissione europea un corridoio di eolico offshore Germania-Danimarca, che permette l’interscambio energetico tra le due reti nazionali. È un modello replicabile nel Mediterraneo. L’Italia sarebbe il collettore tra Francia, Malta, Albania e Tunisia, se si avesse una visione strategica».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).