Alessia Zuppicchiatti è un’imprenditrice e scrittrice biellese, autrice del libro “Io ti odio!” in cui denuncia il fenomeno dei falsi Codici Rossi: uomini falsamente accusati di violenza o maltrattamenti, spesso dopo separazioni conflittuali, con conseguenze drammatiche come l’allontanamento dai figli, l’esclusione sociale e il silenzio imposto dalla giustizia. I dati raccolti provengono da centinaia di testimonianze dirette e da professionisti – avvocati, psicologi, Forze dell’ordine – che confermano come il sistema, pur nato per proteggere le vittime, possa diventare strumento di abuso quando gli strumenti legali vengono strumentalizzati. Non si tratta di casi isolati: le storie evidenziano schemi ricorrenti di manipolazione emotiva e giudiziaria, con effetti devastanti su padri e figli.

Esiste un sistema assistenti sociali-avvocati-giudici?
«Sì, purtroppo esistono situazioni in cui assistenti sociali, avvocati e giudici possono prendere decisioni che penalizzano padri e famiglie che non hanno commesso violenza. Alcuni assistenti sociali onesti, insieme ad avvocati e altri professionisti, hanno segnalato come certe pratiche possano trasformarsi in vere e proprie trappole burocratiche: genitori innocenti vedono i figli allontanati, con pressioni psicologiche e minacce velate, intrappolati in procedure difficili da contrastare».

Un caso particolarmente grave cui hai assistito personalmente?
«Ho seguito una famiglia a cui furono tolti quattro figli. La casa popolare presentava problemi tecnici al riscaldamento, nonostante i genitori garantissero il benessere dei figli. Gli assistenti sociali sostennero che la casa non fosse idonea e che i figli non andassero a scuola, ma le testimonianze degli insegnanti smentivano le accuse. I figli furono spostati ripetutamente tra case famiglia. I genitori riuscirono a riprendersi due dei quattro figli; il terzo tornò a 18 anni. Il quarto fu affidato a una nuova famiglia affidataria che, con gli assistenti sociali, attivò un processo di alienazione affettiva. Quando il ragazzo aveva 12 anni, i genitori persero completamente i contatti; oggi, a 22 anni, non hanno più notizie».

I coniugi Trevallion hanno denunciato gli assistenti sociali. Risulta che i loro figli abbiano messo in atto comportamenti autolesionistici. Come si è potuto arrivare a questo, anche dopo che i genitori hanno accettato un’abitazione più consona?
«Nel caso dei protagonisti del noto caso della “famiglia nel bosco”, emerge una vicenda complessa e in evoluzione. I genitori hanno presentato un esposto contro l’assistente sociale nominata dal Tribunale dei minorenni, contestando la mancanza di imparzialità e l’insufficienza di incontri per valutare correttamente la situazione familiare. La vicenda arriva in concomitanza con una perizia psichiatrica sui figli, durante la quale si evidenziano segni di disagio emotivo e piccoli gesti di autolesionismo dopo l’allontanamento. Questi sviluppi mettono in luce come la gestione delle famiglie da parte dei servizi sociali e della giustizia possa avere gravi effetti psicologici sui minori».

Quanto in realtà sappiamo di questo microcosmo di cui non si parla abbastanza? Cosa vorresti fosse chiaro ai cittadini italiani?
«Sappiamo poco di questo microcosmo, perché le notizie raramente arrivano al pubblico. Parlare con genitori, avvocati e giudici mi ha fatto scoprire un vero vaso di Pandora: gli errori degli assistenti sociali spesso non hanno conseguenze, lasciando le famiglie senza giustizia. Uno dei problemi principali è la formazione degli assistenti sociali: tre anni di laurea post-diploma non sono sufficienti per responsabilità così grandi, che incidono profondamente sulle vite dei bambini. Lo Stato deve esserne consapevole: ci sono assistenti sociali preparati, ma anche arroganti e presuntuosi, che, forti di un sistema che li tutela, possono decidere sulla vita di un bambino senza pagarne le conseguenze. Un medico studia dieci anni prima di poter intervenire su un corpo umano. È corretto che chi decide il futuro di un bambino studi solo tre anni?».

Annalina Grasso

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