Nello scenario politico-giudiziario, molto fantasioso al limite della distopia, immaginato da Giovanni Verde nei suoi articoli pubblicati su Guida al Diritto come vademecum – per nulla imparziale – al referendum sulla separazione delle carriere, i penalisti sono definiti come “figli di un dio minore”. Questi poveri tapini si sarebbero assiepati disperatamente dentro un “cavallo di Troia” rappresentato dalle Camere Penali, funzionale solo a dare una veste di credibilità alla riforma e dissimulare la reale intenzione del Governo: riequilibrare i poteri dello Stato dopo decenni di sconfinamento del potere giudiziario nella vita politica del nostro Paese. Il potere giudiziario avrebbe preso il “sopravvento” e meriterebbe un doveroso ridimensionamento.

Quindi, secondo Verde, nell’attuale processo penale gli avvocati sono sostanzialmente dei frustrati, incapaci di incidere nelle dinamiche decisorie e sopraffatti dal vincolo di colleganza tra pubblico ministero e giudice. Si aggrappano alla politica per uscire da questa condizione “incapacitante”. A voler tralasciare la facile ironia sui “figli di un dio minore” – peraltro grande film sull’intelligenza e sensibilità dei sordomuti – questo è a ben vedere un argomento a favore della separazione delle carriere. Se chi vive il processo penale tutti i giorni, dalla parte del comune cittadino imputato non solo dell’uomo politico, percepisce nettamente l’interessenza tra pubblico ministero e giudice – che oggi condividono tutto, dagli avanzamenti di carriera alla valutazione di professionalità, dal sistema di nomina degli uffici direttivi all’associazione rappresentativa, fino alle correnti politiche che incidono in modo decisivo sulle loro carriere – forse è più convincente di chi, come Verde, riesce solo a tratteggiare complessi e talvolta impalpabili argomenti dietrologici. E così, solo per fare un esempio, cerca di depotenziare l’argomento degli errori giudiziari richiamando le “pagine buie” delle condanne di “pericolosi mafiosi” annullate dal giudice di cassazione Corrado Carnevale, il quale – bisogna ricordarlo, visto che Verde sorvola sul punto – è stato assolto dal concorso in associazione mafiosa dopo una lunga vicenda giudiziaria.

Ma cosa c’entra tutto questo con la separazione delle carriere? Non c’entra nulla ma è un argomento efficace e suggestivo: cari cittadini, non vi spiego il contenuto della legge, è inutile, vi spiego quello che c’è “dietro”, uno scontro epocale tra potere giudiziario e potere politico. Se avesse spiegato il disegno di legge avrebbe dovuto dire la verità senza travisamenti. Avrebbe dovuto dire che, secondo il progetto di riforma, il Consiglio Superiore della magistratura requirente, così come quello della magistratura giudicante, vede una salda maggioranza di componenti togati (pubblici ministeri e giudici) senza alcuna possibilità della politica di controllare i “destini” della magistratura. La proporzione tra componenti togati e laici (avvocati e professori universitari nominati dal Parlamento) è la stessa di quella attuale: due terzi i primi, un terzo i secondi, senza contare i componenti di diritto, tutti togati. Di quale attentato alla separazione dei poteri dello Stato stiamo parlando? Si separano le carriere di chi giudica da chi esercita l’azione penale, si separano – per semplificare – i giudici dagli accusatori, mentre rimane inalterato l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Avremo un pubblico ministero libero dal controllo della politica ed un giudice libero dal controllo del pubblico ministero.

Inoltre, è realmente inquietante l’argomento illustrato da Verde per contrastare la proposta di estrarre a sorte i componenti togati così da impedire il controllo politico del CSM da parte delle correnti: “Poniamo che sia vero che le nomine siano fatte e gli incarichi distribuiti per ragioni correntizie. Ciò sarebbe prova di disdicevole malcostume (…) ma è da dimostrare che incida in qualche modo sul funzionamento della giustizia”. Ed ancora: “Qualsiasi nomina è per l’utente del servizio un fatto irrilevante”.

Ci perdonerà Verde se i “figli di un dio minore” sono come l’Idiota di Dostoevskij, sembrano stupidi perché credono, forse romanticamente, in certi valori ma alla fine le cose le capiscono per quello che sono. Ed allora, credono che sia interesse di tutti i cittadini avere a capo degli uffici giudiziari i “migliori”, secondo criteri meritocratici, non coloro che hanno un peso specifico all’interno delle correnti. Non si rassegnano all’idea cinica secondo la quale il “sistema clientelare”, così lo definisce Verde, è immodificabile e tutto sommato anche accettabile. Non si danno pace a vedere che al CSM la percentuale di valutazioni positive è superiore al 99% (sono tutti migliori di tutti!). Credono fermamente alla terzietà del giudice, alla sua equidistanza dal pubblico ministero e dal difensore. E soprattutto talvolta i “figli di un dio minore” studiano i testi dei costituzionalisti e sanno che il CSM, a differenza di quello che scrive Verde, non è affatto “organo di rappresentanza della magistratura” ma è un organo di rilevanza costituzionale che deve garantire, nel superiore interesse di tutti i cittadini, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Alberto de Sanctis

Autore

Avvocato penalista