Società
Gli italiani hanno paura dell’IA, del VAR e dello smartphone. Se il futuro è come un alibi
La paura. Non compare nei programmi politici, ma governa tutto. Un’indagine Accenture la proietta sulla tecnologia e sul futuro: il 40% degli italiani diffida dell’intelligenza artificiale, persino nei servizi pubblici. Semplificarsi la vita? Macché. Meglio una fila in più che rischiare qualcosa. Il nostro termometro emotivo segna febbre alta. Il mare aperto come attentato alla nostra fragile tranquillità.
Gli italiani hanno paura dell’IA del VAR e dello smartphone
Anche quando il mare è solo un placido fiume che corre verso il nuovo. Abbiamo paura dell’IA perché “decide al posto nostro”. Ma anche del VAR perché ci fa perdere il controllo della rabbia calcistica. E anche del telefonino e dei social, perché liberano gli istinti peggiori. Poco importa che IA, VAR e smartphone siano soltanto strumenti, poi è l’uomo che decide se delegare troppo, barare oppure odiare. Paura del fiume della politica, se si sporca le mani con il cambiamento vero. Una pur timida riforma della giustizia “mette a rischio la democrazia”. Non conta discutere del merito, ma lanciare anatemi contro i profanatori dell’equilibrio di 80 anni fa. E l’Ucraina? Che non rompesse i co…nti pubblici. Che ci importa, di un popolo che resiste da 4 anni ad un’invasione? E gli immigrati? Se ne stessero a casa loro. Troppo faticoso gestire i flussi, distinguere fra gli onesti e i disonesti, espellere e poi controllare cosa succede. Meglio l’ennesimo reato dell’ennesimo decreto che ci rassicura sulla sicurezza. E andare come spettatori lucidi ai bordi della pace di Gaza? Non se ne parla. Perché richiede una posizione complessa, e la complessità fa paura. Alla politica, alla fine, si chiede di essere una gigantesca comfort zone con potere analgesico.
La vacanzina che fa trend, il nuovo iPhone, l’auto ibrida o il corso di pilates?
La paura ha bisogno di gesti con un forte effetto-placebo. La vacanzina che fa trend, il nuovo iPhone, l’auto ibrida o il corso di pilates. Nel frattempo, il vero collante politico del Paese diventa il restare immobili. Destra e sinistra litigano su simboli per non disturbare l’elettore medio, per non chiedergli uno sforzo in più. Meglio vendere slogan e facili nemici, promettere la sicurezza come scorciatoia, la pace senza coraggio, l’innovazione senza trasformazione del lavoro. È una democrazia ridotta a talk show, dove il massimo dell’audacia è lamentarsi dell’Europa o di Trump, mentre si aspetta che l’una o l’altro paghino il conto.
Oggi sembriamo vedere il futuro come un alibi
La migliore storia europea è nata da scelte esattamente opposte. Dalla capacità di accettare l’incertezza pur di costruire libertà, di investire risorse anche quando il portafogli tremava, di preferire l’ignoto alla nostalgia. Di pensare che “whatever it takes”, pur di crescere e cambiare. Oggi sembriamo vedere il futuro come un alibi, come un lockdown permanente per poterci chiudere in casa. Se vogliamo vincere di nuovo, dovremmo crederci anche quando sembra difficile o finita. E poi sudare e correre. Ma noi quelle come Federica Brignone ci piace applaudirle dal divano quando hanno già vinto.
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