Giornalista, scrittrice ed ex vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, da decenni Fiamma Nirenstein racconta il Medio Oriente con sguardo diretto e competenza rara. Vive a Gerusalemme, dove è corrispondente da lungo tempo e punto di riferimento nel dibattito su Israele e sulla sicurezza del mondo libero. Per realizzare questa intervista abbiamo fatto più tentativi: le sirene e le corse nei rifugi antimissile hanno complicato le comunicazioni. Iron Dome protegge Israele e quelli che Nirenstein vede sfrecciare nel cielo mentre ci parla sono i caccia israeliani che sganciano dal cielo le premesse per la liberazione persiana.

Non è qualche raid, ci sembra di poter dire. Stiamo voltando una pagina di storia.
«È più che una pagina di storia, è una rivoluzione mondiale. La paragonerei al momento successivo alla Seconda guerra mondiale, quando i leader del mondo libero cambiarono l’ordine internazionale imponendo la democrazia come sistema dominante. Siamo davanti a un passaggio epocale che supera anche gli interessi mediatici e persino il calcolo politico interno di Trump alle elezioni di midterm».

In che senso si tratta di una rivoluzione storica di portata globale?
«È una rivoluzione che costringe molti a rivedere i loro giudizi su Trump come leader egoista. Andrebbe riletta anche tutta la vicenda del border peace: è stata giudicata con occhiali europei molto ristretti, ancora condizionati da un anti-americanismo d’antan. Oggi il quadro geopolitico dimostra quanto quelle letture fossero superficiali».

Il regime change in Iran è un’ipotesi concreta?
«Non voglio fare profezie assolute, ma credo che sia nelle cose. Netanyahu lo ha detto, Trump lo ha ribadito: quel regime deve cadere. Dal 1979 tortura i propri cittadini impedendo loro di vivere. Sarà una gioia vedere i novanta milioni di iraniani tornare parte della comunità civile: sono un popolo con una cultura straordinaria e hanno diritto alla libertà».

Quanto era pericoloso, fino a oggi, il regime iraniano per il mondo?
«Pericolosissimo. È il principale finanziatore del terrorismo globale, sostiene Putin fornendogli armi, lavora incessantemente alla bomba atomica, alimenta instabilità in tutto il Medio Oriente e tenta di influenzare il mondo intero. La promessa di distruggere Israele non riguarda solo Israele: colpisce l’intero mondo giudaico-cristiano. La loro visione è apocalittica, fondata sull’idea che la morte sia un passaggio verso una rinascita finale guidata dal loro profeta».

La minaccia militare iraniana è davvero così concreta?
«Sì. Hanno investito miliardi in armamenti, arricchimento atomico, missili balistici che possono raggiungere Roma domattina. E così come hanno orchestrato il 7 ottobre, Hezbollah ha tentato un’azione parallela: per la prima volta lo stesso primo ministro libanese li ha fermati, intuendo che la loro follia avrebbe trascinato il Paese nella rovina».

L’Iran ha anche sbagliato i calcoli strategici?
«Assolutamente. Pensavano di terrorizzare tutti attaccando basi americane nei Paesi arabi, navi francesi, strutture inglesi a Cipro. Invece hanno compattato contro di sé Stati Uniti, Europa e Paesi arabi. Non riescono più a intimidire nessuno: la loro strategia è fallita, ed è ormai evidente».

Il popolo persiano sembra pronto a riprendere in mano il suo destino. È così?
«Sì. Trump aveva annunciato che sarebbe andato a liberarli e gli americani sono davvero andati a liberarli. Ora tocca agli iraniani scendere nelle piazze e mobilitarsi. Certo, sono divisi: molti gruppi etnici, molte leadership. Uno scontro interno è possibile. Ma non è ciò che mi preoccupa: anzi, è da queste fasi di transizione che emergono i veri leader».

Ha conosciuto Reza Pahlavi: quale impressione ne ha tratto?
«L’ho intervistato due volte, sono stata a casa sua. Mi è sembrato un uomo sincero. In questi giorni non ha detto “voglio restaurare la monarchia”, ma “voglio esserci quando il popolo sceglierà chi vuole”. La Persia è abituata da millenni a una piramide del potere: la sua presenza non è innaturale. Tra le tante persone che ho intervistato, è una delle più equilibrate».

Che cosa cambia ora per Israele?
«Cambia tutto. Ma la svolta è avvenuta il 7 ottobre. Quel giorno Israele ha compreso che l’Iran possedeva mezzi e intenzioni per colpirlo in modo letale. Il popolo ebraico è andato una volta al macello senza potersi difendere: oggi ha un esercito e lo usa per impedire qualsiasi nuovo attacco mortale. È una consapevolezza che non si perderà più».

E il Libano, ora che lo sponsor iraniano è indebolito?
«Dio benedica il Libano: è uno dei Paesi più belli e pluralisti del Medio Oriente, con una straordinaria presenza cristiana e una componente sciita molto forte. Per la prima volta il primo ministro libanese — che non è certo un amico di Israele — ha intimato agli Hezbollah di smetterla perché stanno rovinando il Paese. Israele intanto sta liberando il sud dagli armamenti Hezbollah e ha eliminato vari comandanti legati a Teheran. L’intero asse Iran–Hezbollah–Hamas–Houthi–Siria è stato indebolito come non mai».

Sta cambiando tutto?
«Sta cambiando tutto. L’Arabia Saudita ha già detto a Trump che è pronta a stare al suo fianco, così come gli altri Paesi arabi attaccati dall’Iran. Il regime morente si comporta da criminale ma anche da idiota. E finalmente anche l’Europa si è mossa, capendo che deve stare dalla parte giusta. Sta cambiando tutto, ma non tutti se ne sono accorti».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.