Diceva H. G. Wells che «ogni volta l’Europa guarda attraverso l’Atlantico per vedere l’aquila americana, essa osserva solo la parte posteriore di uno struzzo». Ancora una volta, infatti, siamo a commentare l’ennesima giravolta politica del presidente degli Stati Uniti che, dopo aver promesso aiuti militari ed economici a Kiev, e dopo aver acconsentito all’invio dei missili Tomahawk a Kiev per difendersi dall’aggressione russa, ha cambiato di nuovo idea. Il che non sarebbe un dramma politico, se prima non avesse strombazzato urbi et orbi di poter dare una rapida soluzione alla guerra in Ucraina. Invece, lo stesso Trump è finito per essere una pedina nel gioco di scacchi della sua controparte russa.

Comportandosi come un imbonitore, nell’ultimo vertice Trump ha dato di sé un’immagine di debolezza assoluta – più uno struzzo che un’aquila – arrogantemente persuaso delle sue certezze e convinto di avere tra le mani un’ottima offerta negoziale per la controparte (concessioni territoriali e buoni accordi commerciali, in cambio almeno di un congelamento del fronte). Il presidente russo si è prestato al gioco e si è goduto la scena, di fatto partecipando per guadagnare giusto il tempo necessario a strappare all’Ucraina ancor più territorio, per poi – forse – negoziare in un secondo momento, partendo però da una condizione migliore sul campo di battaglia che gli sarà garantita dal «generale inverno».

Mentre si recava in Alaska, infatti, Putin aveva già dato ordine ai suoi comandanti di mobilitare 170 mila uomini per prendere Pokrovsk, hub logistico cruciale per l’esito della guerra, essendo fulcro della catena di approvvigionamento nella regione orientale del Donbass, nonché sede di un importantissimo snodo ferroviario. «Se perdiamo Pokrovsk, l’intera linea del fronte crollerà», avvertiva l’esperto militare Mykhaylo Zhyrokhov nel 2024. Adesso siamo precisamente in questa situazione e, al contrario di Trump, Putin lo sapeva benissimo quando ha viaggiato alla volta degli Stati Uniti per passare il tempo ad annoiare Trump – o, qualcuno sostiene, allo scopo preciso di irritarlo – con una disamina storica tesa a dimostrare come l’Ucraina sia sempre stata territorio russo. Secondo ricostruzioni del Financial Times Trump, accortosi tardi del tranello, avrebbe poi alzato la voce, minacciando di andarsene e annullando il pranzo in programma con le rispettive delegazioni. Il risultato del meeting è in una frase lapidaria del portavoce russo Peskov: «Non c’è alcuna urgenza di un nuovo vertice».

Da qui la certezza, non più mera speranza per i russi, di poter infine sconfiggere l’Ucraina senza curarsi di Washington. Poiché a differenza di Putin – che pensa quel che dice, dice quel che farà e fa quel che ha detto – Trump era e resta un TACO, l’acronimo velenoso coniato per lui dalla stampa americana, che sta per Trump Always Chickens Out, cioè «Trump si tira sempre indietro o scappa in ritirata». Come del resto è già accaduto con l’Ucraina stessa, con l’Iran, con i dazi alla Cina, e adesso forse anche con questa bizzarra avventura in Venezuela.

Luciano Tirinnanzi

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