Trump vorrebbe chiudere la partita il prima possibile
I costi della guerra all’Iran: i droni Shahed costringono Trump e i suoi alleati a usare sistemi di difesa costosi
Per Israele e Stati Uniti la questione è complessa quanto semplice. L’obiettivo è infliggere più danni possibile all’Iran e rimuovere il programma missilistico e quello nucleare. Tuttavia, i due alleati hanno opinioni diverse, sui metodi, ma soprattutto sui tempi. Donald Trump vorrebbe chiudere la partita il prima possibile, tanto più ora che lo Stretto di Hormuz è diventato il centro di una pericolosa escalation di tensioni che preoccupa gli alleati del Golfo ed europei. Benjamin Netanyahu, invece, non vuole imporre scadenze. Come scrive Ynet, il premier israeliano, in una riunione a porte chiuse con i rappresentanti delle autorità locali, ha spiegato che non può dire se questa guerra durare giorni o settimane. La speranza di “Bibi” è di terminare la fase più intensa del conflitto prima della Pasqua.
Ma il primo ministro ha chiarito che in questo momento non esistono certezze, e che anche l’obiettivo del cambio di regime non può essere raggiunto “premendo semplicemente un pulsante”. L’Iran appare intenzionato a infliggere più danni possibile, come dimostrato ieri dall’attacco a Dubai. Nel mirino ci sono anche le Big Tech americane nel Golfo. Il rischio, come segnalano diversi funzionari ed esperti, è che in questa fase della crisi l’idea di un “regime change” si stia allontanando sempre di più. Secondo il Financial Times, molti iraniani starebbero riconsiderando le loro posizioni su un cambiamento radicale imposto o sostenuto dall’esterno. Dopo i bombardamenti iniziali in cui è stato ucciso Ali Khamenei e dopo che sono stati decapitati i Pasdaran e diversi comandi, le fonti del quotidiano britannico hanno spiegato che si era sparso un certo ottimismo. Ma questa speranza di rivoluzione è stata travolta da una serie di operazioni che hanno aumentato dubbi e paure tra gli iraniani. Molti, specialmente dopo che è stato sollevato il tema dei curdi, temono la disintegrazione del Paese.
Tanti sono preoccupati da un conflitto prolungato ma con un regime logoro ma che rimarrebbe lo stesso in vita. La capacità della Repubblica islamica di resistere ai colpi assestati da Israele e Stati Uniti starebbe anche producendo una crescente reazione nazionalista, se non una naturale esigenza di pace e stabilità anche a costo di mantenere questo sistema per non cadere nel baratro del caos. E ieri è arrivata la minaccia del capo della polizia nazionale, Ahmad-Reza Radan, che ha avvertito che qualsiasi manifestante sarà considerato un “nemico”. “Se qualcuno si muove secondo i desideri del nemico, non lo considereremo più un semplice manifestante, ma un nemico. E lo tratteremo allo stesso modo in cui trattiamo un nemico”, ha dichiarato. Una dichiarazione che giunge dopo che sia Trump che Netanyahu hanno esortato gli iraniani a scendere in piazza e dare la spallata al regime.
Un regime che però ha mostrato gravi difficoltà, ma non i segnali di cedimento richiesti da Usa e Israele. Mojtaba Khamenei, eletto come segno di continuità con il padre, ieri ha incassato il giuramento di fedeltà di Hezbollah nonché di 420 capi tribali e anziani del Sistan e del Baluchistan. Khamenei è rimasto ferito sotto le bombe già nei primi giorni, probabilmente nello stesso attacco che ha ucciso la precedente Guida suprema. Ma il suo isolamento e il suo silenzio sono soprattutto il frutto di una strategia di sopravvivenza, per evitare di essere individuato e potenzialmente ucciso nei raid. Lo stesso Trump, ieri, quando gli è stato chiesto se “dichiarerà la vittoria anche con Khamenei”, ha risposto con un laconico: “Non voglio parlarne”. E in molti si domandano quale sia la vera “deadline” del presidente degli Stati Uniti.
Al Pentagono iniziano a essere preoccupati anche dai costi del conflitto. Le armi a basso costo prodotte dall’Iran costringono Washington e i suoi alleati a usare sistemi di difesa estremamente costosi e le forze Usa rischiano anche di dovere lasciare sguarniti fronti fondamentali come il Pacifico o ridurre il supporto ad altri partner (su tutti l’Ucraina). Bloomberg ha sintetizzato invece i costi economici con un esempio: uno Shahed iraniano costa dai 20mila ai 50mila dollari, il Patriot PAC-3 costa circa 4 milioni di dollari al pezzo. E il rapporto tra missili e intercettori usati non è mai di uno a uno.
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