Cultura
I giovani e l’ossessiva ricerca del consenso, riscoprire Kierkegaard nell’era dei social
Il desiderio di apparire e di essere approvati dagli altri è alla base della disperazione dei ragazzi di oggi- Nel saggio “Rileggere Kierkegaard” di Roberto Garaventa, il pensiero del filosofo danese viene rivisitato
A poco più di duecento anni dalla nascita di Kierkegaard, risulta utile e illuminante il saggio di Roberto Garaventa, “Rileggere Kierkegaard”, Orthotes Editrice, il quale si propone di rileggere alcune delle questioni centrali affrontate dal pensatore danese lungo il suo itinerario di pensiero: il difficile e controverso rapporto con la cristianità borghese di Danimarca; il carattere indiretto della comunicazione religiosa; il tratto paradossale, se non addirittura assurdo della fede; la noia quale lato notturno della vita ironico-estetica; la logica dei due principali tipi di seduttore; l’ambiguità dell’angoscia quale segno distintivo della libertà umana, ma al contempo fattore predisponente al peccato. L’ultima parte è, invece, dedicata alla recezione di Kierkegaard da parte di alcuni grandi interpreti tedeschi del suo pensiero: Christoph Schrempf, Theodor Haecker, Karl Jaspers, Martin Heidegger.
Gli stati d’animo dell’angoscia e dell’ansia sono centrali nella nostra epoca e spesso parte del nostro quotidiano. Kierkegaard utilizza le figure di Adamo ed Eva per spiegare il suo concetto dell’angoscia individuando l’innocenza nell’ignoranza, nell’unione immediata con la naturalità, una situazione simile a quella dell’animale che agisce per istinto e senza razionalità, con la differenza che nell’animale lo spirito non è presente, mentre nell’uomo si trova come in uno stato sognante. Adamo, prima di compiere il peccato originale, si trovava in uno stato d’innocenza, e soltanto la colpa scaturita dal peccato lo toglierà da quello stato d’innocenza. In quel momento, infatti, egli otterrà la conoscenza del bene e del male e si vergognerà della sua nudità: l’innocenza è perduta perché non vi è più l’ignoranza. “In questo stato c’è pace e quiete; ma c’è, nello stesso tempo, qualcos’altro che non è né inquietudine né lotta, perché non c’è niente contro cui lottare. Allora che cosa c’è? Il nulla. Ma quale effetto ha il nulla? Esso genera l’angoscia. Questo è il profondo mistero dell’innocenza: essa nello stesso tempo è angoscia. Sognando lo spirito, proietta la sua propria realtà; ma questa realtà è il nulla, questo nulla l’innocenza lo vede continuamente fuori di sé”.
L’angoscia è il sentimento che sopraggiunge davanti all’ignoto causato dalla libertà, davanti alle infinite possibilità che ci si aprono davanti e che non possiamo perseguire tutte perché siamo esseri limitati. Questo genera ansia e angoscia perché scegliere una strada significa annullare, escludere irrimediabilmente tutte le altre. Per questo l’angoscia è un sentimento che caratterizza l’esistenza umana in quanto tale: è il sentimento della libera scelta. Per Kierkegaard esiste anche una forma di angoscia portata all’estremo, che emerge quando l’individuo si scontra con l’impossibilità di realizzare la propria natura: questa è la disperazione. Se l’individuo sceglie di vivere una vita estetica, si troverà di fronte al vuoto causato dal non aver costruito niente; se l’individuo sceglie una vita etica, si troverà di fronte a norme e regole sociali imposte dall’esterno. In entrambi i casi, l’individuo arriva alla disperazione, attraverso un conflitto interiore causato dalla mancanza di autenticità.
Nella società odierna, questa disperazione si manifesta nella ricerca costante di approvazione esterna, nel desiderio di apparire, di essere visibili. Gli individui, influenzati da modelli imposti dalla cultura dominante e dai social media, spesso si conformano a identità pre-confenzionate. La loro esistenza diventa una performance, una continua esibizione volta a guadagnare l’ammirazione altrui piuttosto che a riflettere la loro essenza più profonda. Kierkegaard avrebbe descritto questo comportamento come una forma di disperazione inconsapevole: l’individuo crede di vivere pienamente, ma in realtà sta tradendo il proprio sé. I social media incentivano una rappresentazione frammentata idealizzata del sé per cui l’identità virtuale diventa un prodotto da vendere, attraverso post, foto e video progettati per ottenere consensi per cui si diventa ossessivi e dipendenti dalla validazione esterna sotto forma feedback positivi.
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