Storie della vergogna
Il calvario giudiziario di Gianluca Callipo: trascinato in carcere senza un indizio vero
Fino al dicembre del 2019, Gianluca Callipo era l’immagine del successo civico: dirigente nazionale del PD, guida di Anci Giovani, Presidente di Anci Calabria, due mandati da sindaco di Pizzo. Non un profilo marginale: un amministratore giovane, competente, con una carriera in ascesa e un consenso mai messo in discussione. Poi arrivò la notte in cui lo Stato bussò alla porta per ricordargli che, in alcuni Distretti d’Italia, basta un sospetto per trasformare una vita in macerie. Alle 3:30 del mattino del 19 dicembre 2019 i Carabinieri gli consegnarono due scatoloni di accuse nell’ambito della maxi–operazione Rinascita Scott, condotta dall’allora Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. Due scatoloni: la misura più fisica, più brutale, più simbolica del modo in cui la giustizia muscolare impone la sua narrazione. Dentro, le contestazioni di concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d’ufficio aggravato. Accuse che trascinano con sé tutto: reputazione, mandato elettivo, fiducia collettiva, famiglia. Sfogliare quelle pagine fu impossibile. Chiedersi perché era inutile: quando l’ordine dello Stato decide che sei un mafioso, prima ancora che un imputato, le domande non servono a niente.
Sette mesi di carcere. Sette mesi di attesa, di vergogna imposta, di identità rovesciata. Sette mesi che, anni dopo, non gli verranno restituiti da nessuna sentenza. La Cassazione demolì l’ordinanza: i gravi indizi non c’erano. Zero. Nessuno. Una bocciatura totale, che avrebbe dovuto far tremare chi quella misura l’aveva chiesta e chi l’aveva concessa. E invece no: la macchina dell’antimafia muscolare non conosce imbarazzo. Va avanti, comunque. Come un bulldozer.
Così si arrivò al paradosso giudiziario: dopo che la Cassazione aveva smontato tutto, la Procura chiese per Callipo 18 anni di reclusione. Diciotto. Per un uomo che, alla fine, sarebbe stato assolto da ogni accusa in tutti e tre i processi. Su 330 imputati, 260 finirono in custodia cautelare. Alla fine, 131 furono assolti già in primo grado. Ma la contabilità degli innocenti è ulteriormente salita nei gradi successivi e non si è ancora fermata.
La matematica della giustizia muscolare è semplice: arrestare è sempre utile, assolvere non fa notizia. E nel frattempo, le vite si spezzano, le famiglie soffrono, le reputazioni bruciano. Callipo non è l’unico. È solo uno dei tanti. Questa non è giustizia: è gestione del potere. È la logica del “colpiscine cento per educarne mille”. È l’antimafia che invece di proteggere i cittadini finisce per intimidirli. Perché quando vedi un innocente trascinato in carcere senza un indizio vero, la domanda che ti resta dentro è: e se domani tocca a me?
Di fronte al suo caso – come a centinaia di altri – rimane una domanda crudele: com’è possibile che il luogo dove si dovrebbe proteggere la libertà sia diventato il luogo dove più facilmente la si calpesta? Ma anche nei momenti più bui, la vita permette fasci di luce. Callipo li incrocia proprio in carcere, nel luogo che non ti aspetti: l’umanità dei detenuti, la professionalità degli agenti, persino una forma di comunità che non si trova altrove. Lì riconosce anche lo scandalo delle celle sovraffollate, dei suicidi, delle strutture fatiscenti che nessuno ha il coraggio di ammettere pubblicamente. E dice una cosa che fa male: «La forza dello Stato si misura da come tratta i più deboli. E chi è in carcere è il più debole di tutti».
Oggi è libero. È innocente. Ma non tornerà indietro: la politica, quella ferita, è ancora aperta. Non ha più l’entusiasmo. E chi glielo può chiedere, dopo tutto questo? Rimane però una certezza: quando lo Stato sbaglia bersaglio, non distrugge solo un uomo. Distrugge la fiducia collettiva. E trasforma ogni cittadino in un potenziale colpevole in attesa di giudizio. Male non fare, forse. Ma paura non avere – in un sistema così – è un lusso che nessuno può permettersi.
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