La soglia di un nuovo cammino
Il disincanto come passaggio obbligato verso una lucida maturità: cosa ci sta dicendo davvero Madame (e cosa dice di noi)
C’è una parola che più di tutte sembra riuscire a raccontare il momento che stiamo attraversando come giovani generazioni: disincanto. Non è semplice disillusione, e non è nemmeno quel cinismo un po’ superficiale che spesso viene attribuito ai più giovani. Il disincanto è qualcosa di più profondo e, se vogliamo, anche più onesto: è il momento in cui smetti di credere a tutto ciò che fino a poco prima ti sembrava naturale, quasi inevitabile. È la fine delle istruzioni.
In “Disincanto”, il nuovo singolo di Madame uscito in anteprima per l’imminente uscita dell’omonimo Album il 17 aprile, l’artista non sta raccontando solo una vicenda personale, ma intercetta con precisione quasi chirurgica un sentimento diffuso. Quando canta “Io non vivo più con sotto le istruzioni”, non c’è alcuna posa ribelle, nessuna estetica della trasgressione. C’è piuttosto la presa d’atto che quelle istruzioni — sociali, culturali, emotive — semplicemente non funzionano più. E da lì inizia tutto il resto.
Il primo passaggio è forse il più duro, perché riguarda il modo in cui si costruisce l’identità. “E sono mie le bugie che mi hanno detto” è una frase che sposta completamente il baricentro: non esiste più un fuori da cui difendersi o a cui attribuire colpe. Anche ciò che ci ha feriti viene interiorizzato, diventa parte di noi. È una forma di responsabilità radicale, che ha qualcosa di estremamente maturo ma anche di profondamente faticoso, perché ti lascia senza appigli. Se tutto passa attraverso di te, non c’è più nulla a cui aggrapparsi davvero.
Dentro questo quadro si inserisce poi un altro rifiuto, forse ancora più spiazzante: quello del senso. “Non voglio più nemmeno un motivo per vivere” non è una resa alla vita, ma una resa ai significati preconfezionati che dovrebbero giustificarla. Non è un rifiuto dell’esistenza, quanto piuttosto di tutto ciò che, tradizionalmente, le dà una direzione — Dio, l’amore, il successo, l’idea stessa di realizzazione. Rimane la vita, nuda, senza sovrastrutture, da attraversare anche quando fa male: “voglio anche soffrire, Ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo”. È un’esortazione a uscire dallo schema mentale che ci trattiene in loop, e prendere la vita a morsi, consapevoli di poterci rompere i denti ma non avere rimpianti per non aver assaporato ciò che era nei nostri intenti.
In un punto della canzone la tensione emotiva si concentra in modo quasi ossessivo in una domanda che diventa identitaria e che riassume bene il nucleo del brano: “Ho gli occhi gonfi del mio disincanto, cosa resta di me? Che resta di me? Un’anima nel nulla”. È come se tutta la lucidità maturata nel tempo si trasformasse in una domanda inevitabile, che non riguarda più le idee ma la percezione stessa di sé. Il disincanto non è più un concetto astratto, ma qualcosa che si deposita sul corpo, nello sguardo, nella fatica di guardarsi e riconoscersi.
E dentro questa immagine resta una questione molto semplice, ma anche molto radicale: quando vengono meno le illusioni e le definizioni esterne, quando non ci si aggrappa più a nulla che venga da fuori, cosa rimane davvero di noi?
In questo contesto, anche il rapporto con la realtà cambia profondamente. L’immagine del “mobile con mille spigoli” restituisce bene la durezza dell’esperienza quotidiana, fatta di urti, di piccoli e grandi traumi. Eppure, il punto non è che quella realtà diventi improvvisamente più sopportabile; è lo sguardo che si modifica. Quando Madame dice che “non fa più paura”, sta descrivendo un passaggio decisivo: non ci si aspetta più che la vita sia giusta o lineare, e proprio per questo si smette di temerne ogni deviazione.
La stessa logica attraversa il rapporto con il sacro e con i grandi miti fondativi. Il verso in cui ribalta il racconto biblico — “lui non sa che è nato dalla mia paura” — non è soltanto una provocazione, ma il segno di uno spostamento culturale più ampio. Le credenze non vengono più vissute come verità da accettare, bensì come strumenti che l’essere umano costruisce per dare forma alle proprie paure. È un modo diverso di guardare non solo alla religione, ma a qualsiasi sistema di senso.
Allo stesso tempo, però, questa lucidità non è priva di contraddizioni. “Spero solo che il mio essere pesante non si confonda con la mia profondità” è una frase che coglie un nodo molto contemporaneo: quello della difficoltà di distinguere tra complessità e disagio. In un contesto in cui tutto viene analizzato e verbalizzato, l’intensità emotiva rischia di essere letta come eccesso, come qualcosa da alleggerire o correggere. Qui, invece, diventa una rivendicazione: essere profondi non significa essere sbagliati.
È su questo terreno che si innesta l’idea di una libertà totale, forse la più affascinante e allo stesso tempo la più fragile. Rifiutare di programmare, di razionalizzare, di “dare un significato al male” per limitarsi ad attraversarlo significa scegliere un’esistenza senza filtri, senza protezioni narrative. È una libertà autentica, perché non mediata, ma anche estremamente esposta, perché priva di qualsiasi struttura che possa contenerla.
E infatti il punto di arrivo, quasi inevitabile, è la solitudine. “Tutti hanno una via e io no” non suona come una sconfitta, ma come una constatazione lucida. Quando vengono meno le traiettorie condivise, quando non esistono più percorsi riconosciuti, la libertà si amplia, ma si svuota anche di coordinate. Ognuno è chiamato a costruire da sé la propria direzione, e non è detto che ci riesca subito, o facilmente.
Per questo “Disincanto” funziona così bene come fotografia del presente. Non perché offra risposte, ma perché descrive con precisione una fase. Una fase in cui le nuove generazioni hanno smesso di credere alle narrazioni ereditate, hanno sviluppato una consapevolezza acuta, spesso spietata, ma non hanno ancora trovato — o forse non vogliono trovare troppo in fretta — un nuovo sistema di senso che le sostituisca.
Non siamo davanti a un vuoto definitivo, né a una deriva nichilista senza ritorno. Siamo dentro un passaggio. E come tutti i passaggi, è scomodo, instabile, a tratti anche doloroso. Ma è anche il luogo in cui, inevitabilmente, qualcosa di nuovo prima o poi prenderà forma.
Il disincanto, allora, non è il punto di arrivo. È forse invece la soglia di un nuovo cammino.
© Riproduzione riservata






