Caro Claudio,
ma te la ricordi la Sinistra Indipendente? In tempi in cui tutti blaterano di “egemonia”, spesso confondendola con una squallida occupazione di posti, la creazione della SI fu un’operazione molto abile da parte del PCI. Intanto ricordiamo che per Gramsci “egemonia” significava soprattutto la capacità di una classe non di imporre semplicemente un dominio politico con la forza, ma di acquisire il consenso e la direzione culturale e morale di una società, e far sì che idee e valori propri fossero accolti dalla maggioranza della società. Roba seria, insomma. Il PCI aveva ben chiaro questo obiettivo e cercava continuamente di allargare i suoi confini a pezzi di società e a nuove idee che potessero aumentare la sua influenza.

Per fare questo doveva però trovare uno spazio più flessibile che non fosse quello piuttosto ristretto della militanza nel Partito, dove vigevano regole severe. Nacque così il progetto “Sinistra Indipendente”. Vari esponenti, prevalentemente intellettuali ed esponenti della cosiddetta società civile, venivano eletti nelle liste del PCI, con l’elezione assicurata dalla macchina elettorale del Partitone, ma andavano poi a formare un gruppo a sé in Parlamento. Ho sfogliato l’album di questi esponenti e vi ho trovano personaggi per vari motivi veramente straordinari che ne hanno fatto parte in epoche diverse come Ferruccio Parri, Natalia Ginsburg, Altiero Spinelli, Antonio Giolitti, Gianfranco Pasquino, Guido Rossi, Stefano Rodotà, Franco Bassanini, perfino Gino Paoli e tanti altri. Un segno evidente della capacità di attrazione del PCI e di una certa egemonia esercitata nei settori più diversi. Un modo anche, diciamolo chiaramente, per acchiappare quanti più voti possibili, includendo nelle liste elettorali nomi noti e popolari di scrittori e artisti famosi. Mi ricordo una breve amicizia, più che altro basata sul comune vizio delle sigarette, con Gino Paoli, che veniva raramente e quando veniva manifestava tutto il suo spaesamento per i riti e le regole di quel consesso. Insomma non ci capiva niente e si sentiva a disagio. L’esperienza ebbe fine con la fine del PCI, venendo a mancare quel confine che delimitava lo spazio fra l’appartenenza e la simpatia.

Negli anni della mia presenza alla Camera il gruppo della SI era assai attivo, guidato da personaggi come Rodotà e Bassanini. E non ti nascondo che molti di noi, parlamentari iscritti al PCI e che quindi facevano parte del gruppo parlamentare conseguente, guardavano con una certa invidia al gruppo dei cugini. Per motivi ideali e materiali. Ideali, perché a loro era concessa una libertà nei comportamenti parlamentari che confrontavamo con la rigida disciplina che vigeva nel nostro Gruppo, dove un voto diverso da quanto deciso dal capogruppo era inimmaginabile. Non erano rare invece le occasioni in cui la SI, soprattutto su temi di frontiera, prendeva posizioni e votava in maniera difforme rispetto al Gruppo del PCI e spesso, visto che i personaggi che ne facevano parte erano tutt’altro che omogenei fra loro, anche con posizioni differenziate al loro interno.

Noi poveri deputati semplici qualche volta ci morsicavamo le dita e qualche volta pensavamo che questi cugini eletti con i nostri voti approfittavano della loro posizione. E poi c’erano i motivi materiali, perché fra le libertà di cui godevano i cugini c’era anche quella di riscuotere per intera l’indennità parlamentare, mentre noi ancor prima di avere avuto accesso all’Aula dovevamo firmare la delega al Partito a incassare il 50% del nostro stipendio. Vero anche, per la verità, che non avevamo sostenuto alcuna spesa elettorale, perché ad esse provvedeva interamente il Partito. Altri tempi come si dice. In realtà lo stratagemma realizzato con la SI rivelava un vizio di fondo della struttura del PCI. Con la sua nascita si dava vita ad un pluralismo di vedute e di posizioni che le regole del centralismo democratico non permettevano. Incapaci allora di riformare le regole del Partito avevamo esternalizzato la soluzione.

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Caro Chicco
ricordo anche io che cosa erano per noi “soldati semplici”, tuttalpiù funzionari di partito, gli eletti da indipendenti nelle nostre liste. Non solo sul piano nazionale, perché l’operazione SI si estese anche a livello locale. Entravano nelle nostre Federazioni con una certa gentile prosopopea (spesso pareva che ci facessero un piacere a stare nelle liste e ad essere eletti con tutti gli onori), e noi li trattavamo con i guanti bianchi. Il dirigente di turno non li faceva aspettare neppure un minuto, raccontava loro per filo e per segno cosa avrebbero dovuto fare, dove avrebbero preso le preferenze (che puntualmente arrivavano il giorno delle elezioni), mettevano un quadro a loro disposizione per accompagnarli nelle sezioni a tenere i comizi, e così via.

Nella mia esperienza da funzionario, ricordo in particolare la campagna elettorale dell’autunno del 1983 per il Comune di Napoli, quando candidammo Francesco Tancredi, un medico bravissimo, pediatra di fama internazionale, che poi è diventato uno dei miei più cari amici. Quando si trattò di assegnargli le sezioni in cui avrebbe raccolto le preferenze, Eugenio Donise, segretario della Federazione, lo incontrò insieme a me e gli descrisse le zone indicate. Per rassicurarlo sull’impegno del Partito nei suoi confronti, Eugenio mise particolare enfasi sulla sezione del Corso Vittorio Emanuele, una lunghissima arteria cittadina, dove sarebbe stato tra gli indicati, mentre io cominciavo a sentirmi un verme. Francesco uscì rassicurato dall’incontro (“beh, il Corso è importante…”), ma toccò a me dirgli che certo la strada era enorme, ma da quelle parti il PCI prendeva pochissimi voti… Naturalmente Francesco non fu eletto, anche se andò da solo a raccogliersi i voti, essendo un pediatra famosissimo e stimato in città.

Questo per dire di come i rapporti con questi “indipendenti” erano segnati sempre da una certa ambiguità. E di come l’insieme del Partito guardava a quel pezzo di élite che conquistavamo con un sentimento misto, un cocktail di ammirazione, invidia e, diciamocelo, pure un po’ di fastidio. Loro erano i “fighetti” ante litteram, l’aristocrazia intellettuale che ci degnava della sua presenza, mentre noi eravamo la fanteria pesante, quella che si sporcava le mani nel fango delle sezioni e delle mediazioni oscure. Tu parli di egemonia gramsciana, ed è vero, il disegno era alto. Ma visto dal basso quel disegno appariva spesso come una gigantesca operazione di maquillage. Anche se questo, da solo, sarebbe un giudizio morale, non politico. Ripensandoci oggi, mi viene in mente un libro bellissimo di un grande storico comunista, Rosario Villari, che si intitolava “Elogio della dissimulazione”.

Villari, studiando il Seicento e l’Italia sotto il dominio spagnolo, spiegava come la dissimulazione non fosse menzogna, ma una tecnica politica raffinatissima, una virtù necessaria per sopravvivere e agire in tempi di ferro. Non era falsità, ma un modo per “dare riposo al vero”, per proteggere la propria integrità interiore o il proprio progetto politico dietro una maschera necessaria. Mettiamola così, il PCI fu un grande partito “barocco” della storia repubblicana. E la creazione della Sinistra Indipendente fu un capolavoro di dissimulazione onesta. Non potendo permettersi il lusso del dissenso interno – il centralismo democratico non ammetteva sbavature – il Partito si era inventato questa “riserva indiana” di lusso non per ingannare, ma per poter dire fuori quello che non poteva ancora dire dentro. Loro potevano fare le bizze sui diritti civili o sulla giustizia, noi dovevamo marciare compatti. Loro erano la “società civile”, noi eravamo l’apparato. Era un modo per far respirare la politica del PCI senza far crollare l’impalcatura ideologica. Una “doppiezza” nobile, se vogliamo, o comunque una strategia di sopravvivenza di alto livello.

Certo, poi c’era la questione dei soldi, che tu citi giustamente e che abbassava il livello dal barocco alla commedia all’italiana. Vedere il grande professore o il famoso regista intascare l’intera indennità mentre i militanti versavamo l’obolo al Partito per mantenere la baracca che pagava anche la loro campagna elettorale, faceva sentire tutti un po’ “cornuti e mazziati”. E la nobile dissimulazione lasciava il posto a un più banale privilegio di casta. Ma il problema vero, caro Chicco, è che quel meccanismo sofisticato, quell’esternalizzazione del pensiero critico, alla lunga ci intossicava. Ci convinceva che la cultura, la competenza e la libertà di giudizio abitassero sempre altrove, fuori dalle nostre sezioni, e che noi fossimo solo dei portatori d’acqua. Così delegavamo il pensiero agli “indipendenti”, accontentandoci della gestione. E alla fine, a forza di delegare, ci ritrovavamo con un partito che non sapeva più pensare. E con una “sinistra indipendente” che oggi non esiste più, solo perché non c’è più nulla da cui essere indipendenti.

Chicco Testa e Claudio Velardi

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