Tutti ricordano la scena finale del film di Sergio Leone “Il buono, il brutto, il cattivo”, quella del “triello” tra Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef: qualcuno, e chi, sparerà per primo? Oppure alla fine si metteranno d’accordo e nessuno si farà male? Ecco, più o meno il mondo è messo così.

Stati Uniti, Russia e Cina stanno giocando una guerra globale su tanti fronti, dallo spazio ai cavi sottomarini, da Internet alle terre rare, dai chip alle criptovalute: una guerra che può portare a uno scontro mortale o a una nuova Jalta. Siamo dunque dentro un momento delicatissimo della storia umana, straordinariamente complesso. Bisogna capire cosa sta succedendo, e a una velocità impressionante, per cercare di intuire cosa ci aspetta. Allora questo nuovo libro di Maurizio Molinari (“La scossa globale”, Rizzoli, pagg. 282) è un atlante più che esauriente su tutte le dinamiche mondiali in atto, un volume corposo e dettagliatissimo utilmente corredato da cartine e dati che va letto da noi cittadini comuni come dai potenti della politica. Per fermarsi un attimo nel vortice delle novità e tentare di saperne di più, e Molinari ci fornisce una quantità di notizie notevolissima.

Tutto sta cambiando dopo la “scossa”. Questa ha una data precisa: il 10 gennaio 2025, il giorno del giuramento di Donald Trump alla Casa Bianca. La vittoria del “Maga” segna la conclusione di otto decenni fondati, non senza innumerevoli contraddizioni e ritorni indietro, sull’idea che ogni volta alla fine si troverà una composizione dei conflitti, un’idea che ha segnato l’epoca della coesistenza pacifica iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale. Con il tycoon alla Casa Bianca si determina però una novità sconvolgente: ogni tassello del mosaico della storia contemporanea viene pensato dentro il grande puzzle denominato “America First”.

L’idea generale del Novecento fondata sulla difficilissima ricerca della composizione degli interessi delle nazioni viene soppiantata dall’ansia trumpiana di guidare il mondo da Mar-a-Lago, e tutti gli altri, si chiamino Xi Jinping o Vladimir Putin, per non parlare della vecchia Europa, dovranno acconciarsi a questo nuovo dominio a stelle e strisce; cosa che ovviamente lo zar di Mosca e il dittatore di Pechino rifiutano. Scrive Molinari: «La scossa con cui Trump investe l’ordine internazionale ha tre possibili esiti: può portare a un nuovo equilibrio globale sulle sfere di influenza rispetto a Mosca e Pechino; può innescare un cortocircuito planetario e dunque determinare una fase di conflitti, diretti o per procura, fra Usa, Cina e Russia – con dimensioni e conseguenze senza precedenti –; può aprire una stagione di endemica instabilità con un domino di crisi, militari ed economiche, in più scenari, quindi moltiplicare l’imprevedibilità globale».

Nella fase della lotta tra autarchie e democrazie, rischia di soccombere la Ragione: «Sovranismo populista e cancel culture di stampo “woke” sono entrambi estremismi, al punto da minare alcuni principi fondamentali del pensiero illuminista: l’universalismo, la razionalità critica, la libertà dell’individuo, la laicità del discorso pubblico e soprattutto il rispetto per l’altro». L’irruzione di Trump segna un ulteriore passaggio. Se finora la politica è stata lo strumento usato in funzione dall’arricchimento di un re, di un gruppo sociale, di una nazione, di un popolo, per quanto possa sembrare paradossale adesso l’economia viene posta al servizio della ricerca di un dominio generale sul mondo: se non mi dai quello che voglio, ti metto i dazi. Ti minaccio. Ti faccio male. Questo va dicendo “The Donald” a tutti i suoi interlocutori-avversari. E finora la cosa sembra funzionare. È la concretizzazione della teoria di Robert Lighthizer, secondo cui «le tariffe servono a ottenere risultati politici e sociali prima ancora che economici e commerciali».

Del “triello” Usa-Russia-Cina fa le spese soprattutto la vecchia Europa. Molinari sembra fare qualche affidamento sulla Germania di Merz e magari sull’imprevisto ritorno inglese. L’Italia non conta molto. Ma al momento, almeno fino a quando non sarà risolta la questione ucraina, è impossibile fare previsioni. Mentre sull’altro fronte sul quale si è impegnato il presidente americano, il Medio Oriente entrato in una fase completamente diversa dopo il pogrom del 7 ottobre e la risposta israeliana, è possibile che si stia disegnando un assetto nuovo. Non che manchino le incognite. «La sfida di Israele – scrive Molinari – è rinnovare nel XXI secolo l’idea sionista che lo esprime. Un’idea basata sulla convinzione che il ritorno del popolo ebraico nella Terra d’Israele, duemila anni dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte delle legioni di Tito, possa portare alla genesi di un’identità collettiva capace di avvicinare due risultati: fondere tutte le diverse anime ebraiche frutto della Diaspora e convivere con gli altri popoli del Medio Oriente in pace, sicurezza e nel reciproco rispetto».

Ma Trump ha portato una novità: «Il quarantasettesimo presidente Usa ha in mente un Medio Oriente dove gli accordi di Abramo diventino il pilastro di un’intesa a più dimensioni. Sul fronte dell’economia rendendo possibile l’integrazione fra le risorse delle monarchie del Golfo e la tecnologia di Israele, al fine di realizzare un network di infrastrutture lungo un corridoio di scambi e sviluppo da Mumbai a Haifa fino all’Europa Occidentale, passando attraverso la Penisola arabica. Ovvero, si tratta di realizzare un’alternativa tanto alla Via della Seta promossa da Pechino che alla dorsale Golfo-Iran-Russia-Artico a cui lavora il Cremlino». È forse l’esempio più chiaro delle connessioni profonde tra conflitti storici e progettazione di nuovi assetti economici internazionali. Un tassello ne trascina un altro. Per questo cogliere i nessi è difficile ma indispensabile. Per chiedersi che esito avrà la “scossa globale” descritta da Molinari. Per intuire come finirà il “triello”.