Lo scaffale
Il lutto infinito delle quattro donne amate da Camus
Il romanzo di Elena Rui, basato su fatti veri, illumina un tratto del grande scrittore francese che non tutti conoscono
Quel punto dell’alta Provenza è magnifico, verde, fiorito, è la grande campagna del sud della Francia. Fu lì, non lontano dalla piccola Lourmarin che tanto amava, che il 4 gennaio 1960 Albert Camus, premio Nobel per la letteratura, trovò la morte.
La veloce Facel Vega guidata da Michel Gallimard, della famosa famiglia di editori, si schiantò a tutta velocità contro un platano, poi contro un altro. Morirono tutti: Gallimard, la moglie, la figlioletta. E Camus. Il fatto colpì la Francia, e non solo quella intellettuale, come una violenta frustata. L’autore dello “Straniero”, della “Peste”, di innumerevoli articoli, saggi filosofici, riduzioni teatrali, era qualcosa di più di uno scrittore: era la voce più autentica dell’inquietudine irrisolta della Francia. La tragedia sconvolse le donne di Camus. Le quattro “vedove” che in questo commosso libro evoca Elena Rui (“Le vedove di Camus”, L’Orma) che è un romanzo basato su fatti veri, un tentativo di indovinare il lutto delle donne che amò.
L’irrequietezza intellettuale era anche irrequietezza sentimentale, in lui. Non un temperamento edonistico, no, anche l’amore per Camus era in un certo senso un fatto drammatico, contraddittorio. L’”assurdo” che impregnava la sua filosofia si compenetrava con una specie di vitalità di cui le passioni amorose furono un segno chiarissimo. Scorrono nel libro di Elena Rui, tra realtà e fantasia (ma più la prima che la seconda) le figure delle “vedove” annichilite dalla morte improvvisa di Albert. La moglie Francine Faure, innanzitutto, addolorata malgrado l’evidente crisi del matrimonio con lo scrittore; la scrittrice Catherine Sellers; la pittrice Mette Ivers; e soprattutto l’immensa attrice María Casares, l’ultimo e più grande amore di Camus.
Maria emerge qui come un personaggio tragico, proprio come tanti di quelli che realmente impersonò nella sua lunghissima carriera (nel cinema appare tra gli altri nel celebre “Les enfants du Paradis” di Carné: ma non lo amava molto, il cinema). Ciascuna di loro si sente in qualche modo depositaria dell’opera camusiana: ci furono varie vicende legate alle tantissime carte che Albert aveva lasciato, tra cui il famoso manoscritto trovato nella borsa che egli aveva con sé nel giorno dell’incidente, le 144 pagine che poi sua figlia Catherine decrittò e mise insieme, e che venne pubblicato molto più tardi con il titolo “Il primo uomo” (Gianni Amelio ne trasse un buon film).
Quando la moglie Francine legge ciò che nel romanzo dice Jacques Cormery, l’alter-ego di Camus, cioè «di una donna, una ragazza, amata con tutto il cuore e tutto il corpo, sa che di lei Albert non lo avrebbe detto». È probabilmente lo stesso rimpianto di Catherine Sellers e Mette Ivers. Ma Maria è un’altra cosa. «Camus e Casares avevano sempre fantasticato di lasciare il caos parigino, di avvicinarsi alla Natura e riprendere ritmi più sani, lui in prossimità del Mediterraneo per ritrovare un’eco dei paesaggi dell’Algeria, lei vicino all’Oceano per immergersi in una terra che le ricordasse l’asprezza della Galizia». E infatti da una parte Lourmarin, dall’altro il casale di lei, La Vergne, nel sud-ovest, «monacale e austero». Fu un grande amore, sensuale e intellettuale insieme. Lui la chiamò “l’Unica”. Non era vero ma era vero.
Dopo la tragedia, Maria si rinchiude, pur continuando a recitare con il grande Jean Vilar, con altre grandi compagnie. La moglie Francine era morta. María Casares pensò sempre a lui. Nel 2009 Sarkozy propose di far trasportare le spoglie dello scrittore nel Panthéon di Parigi, dove riposano Rousseau e Voltaire, ma il figlio Jean si oppose fiutando la strumentalizzazione politica. E Albert Camus è ancora là, a Lourmarin, sotto il sole provenzale che gli ricordava la sua Algeria.
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