Economia
Il paradosso petrolifero venezuelano: riserve immense, produzione minima
La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha riacceso le aspettative su una possibile rinascita dell’industria petrolifera venezuelana e su un rapido ritorno del Paese al centro del mercato globale del greggio. Tuttavia, al di là del forte impatto politico e simbolico dell’evento, la prospettiva di una ripresa produttiva resta tutt’altro che immediata e appare, anzi, irta di ostacoli strutturali.
Negli ultimi 15 anni, il settore è andato incontro a un vero e proprio collasso. La produzione è passata da circa 3 milioni di barili al giorno nel 2010 a meno di un milione nel 2025. Le cause sono molteplici: le espropriazioni che hanno allontanato le compagnie petrolifere occidentali, il degrado delle infrastrutture, la gestione inefficiente e politicizzata di PDVSA (la compagnia petrolifera statale venezuelana) e la perdita di capitale umano qualificato. A questi fattori si sono aggiunte le sanzioni statunitensi dal 2019, che hanno limitato sia l’export sia l’accesso a input essenziali. Già prima della cattura di Maduro, produzione ed esportazioni erano in calo per effetto dei blocchi sulle navi sanzionate. Se tali restrizioni dovessero proseguire, il rischio è quello di chiusure forzate dei pozzi per mancanza di capacità di stoccaggio.
Per capire cosa ci si aspetta dall’industria, è interessante notare come hanno reagito i mercati finanziari: essi hanno avuto una reazione molto mite in termini di prezzi, segnale che gli operatori non temono uno shock duraturo dell’offerta. A pesare è anche il contesto globale, con un surplus previsto nel 2026 superiore ai 2 milioni di barili al giorno, che renderebbe gestibile anche una perdita totale delle esportazioni venezuelane qualora il cambio di regime ingolfasse la macchina del Paese.
Una parte consistente del dibattito pubblico si concentra sulle vaste riserve di greggio venezuelano, spesso citate nelle stime in oltre 300 miliardi di barili, equivalenti a circa il 17–20% delle riserve mondiali. Tuttavia, queste cifre, in gran parte auto-dichiarate, non si traducono automaticamente in potenziale produttivo immediato. La maggior parte delle riserve è costituita da greggio pesante o extra-pesante, costoso da estrarre, trasportare e trattare, e richiede impianti di upgrading complessi.
L’Amministrazione Trump ha espresso l’intenzione di favorire il rientro delle compagnie statunitensi e un aumento della produzione, anche per contenere i prezzi e l’inflazione. Ma le stesse compagnie rimangono caute: decisioni di investimento dipendono da valutazioni di rischio e rendimento, non da indicazioni politiche. Per attrarre capitali su larga scala servirebbero la rimozione completa delle sanzioni (che ci aspettiamo nel breve), stabilità politica, soluzione dei contenziosi legali, condizioni fiscali competitive e controllo operativo nelle joint venture. Inoltre, il costo di pareggio del greggio venezuelano è stimato tra 70 e 80 dollari al barile, superiore a quello di molti altri produttori. Anche nello scenario più favorevole, gli aumenti di produzione nel breve periodo sarebbero limitati a poche centinaia di migliaia di barili al giorno in diversi anni. Un ritorno ai livelli storici richiederebbe la ricostruzione quasi completa del sistema petrolifero, con investimenti fino a 90 miliardi di dollari e tempi dell’ordine di un decennio.
In sintesi, la cattura di Maduro rappresenta una svolta politica, ma non risolve i problemi economici e industriali del Paese. Senza un profondo cambiamento delle condizioni strutturali, il petrolio venezuelano resterà una ricchezza potenziale più che una leva immediata di rilancio.
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