Sabato Ruffini lancia il suo movimento Più Uno
Il Pd di Schlein ha cambiato pelle, Il Nazareno delle barricate prenota l’eterna opposizione mentre crescono le alternative
Patrimoniale. Pace, Palestina. Pm. Le passioni del Pd movimentista di Elly Schlein iniziano tutte con la P, la stessa iniziale di Prodi, che dieci giorni fa ha fatto sapere come l’attuale segretaria non sia il profilo adatto per guidare il partito. Da allora una domanda circola nei corridoi: può il Pd, così com’è, aspirare a governare il Paese o si è adattato a vivere come minoranza identitaria? L’ipotesi di una “staffetta” tra la segretaria e un candidato premier diverso continua a muoversi nella cristalleria del Nazareno, anche dopo le smentite incrociate: una volta che l’elefante entra, fa quello che fanno gli elefanti.
Intorno, a latere del partito, si prova a cucire un patto civico di amministratori e sindaci, mentre alcune figure si muovono per aggregare mondi cittadini e competenze diffuse. Nello stesso spazio politico, intanto, crescono le alternative moderate e liberal-democratiche: forze che intercettano un elettorato riformista inquieto, e che in pochi mesi iniziano a farsi registrare nei sondaggi. Il Pld di Luigi Marattin, nato pochi mesi fa, è già quotato all’1,5%. Azione sale tra il 3,5% e il 4%. È il segnale di una frattura che si allarga. Il Pd di Elly Schlein si propone come avanguardia dei diritti, presidio antifascista, voce delle battaglie simboliche su patrimoniale, Palestina, giustizia. Gli elettori riformisti vanno da un’altra parte. Pazienza: Giuseppe Conte si prepara a sfidare Schlein come front-runner per Palazzo Chigi, mentre Maurizio Landini accarezza l’idea di scendere nell’agone tutto politico, dismessi i panni del leader sindacale.
Sul fisco, la battaglia sulla patrimoniale è emblematica. La posizione del Nazareno sin troppo scivolosa per non essere il frutto di una posa pensata. Una voce rilevante, quella del deputato romano Roberto Morassut, dice: «Nella direzione del Pd ho proposto già molti mesi fa l’introduzione di una patrimoniale e condivido quindi che Elly Schlein l’abbia posta come uno dei punti programmatici del Pd. Il dibattito da fare non è se introdurla o meno, ma come tecnicamente collocarla ad un’altezza che non colpisca i ceti medi produttivi. Due milioni di euro è una soglia bassa. Mentre vi sono fortune, rendite e patrimoni molto maggiori, che sono cresciuti negli anni della globalizzazione non solo per merito dei loro titolari ma soprattutto per un posizionamento che ha consentito lievitazioni finanziarie enormi. È una misura riformista, se posta tecnicamente dentro un certo alveo. Bisogna riequilibrare le ingiustizie, risollevare i consumi, rimettere soldi nelle tasche dei cittadini, potenziare i servizi, rispondere all’impoverimento del ceto medio e del nuovo proletariato».
Sulla giustizia, il rapporto con i pm, l’uso politico delle procure, nel Pd sembra essere in corso una autentica virata populista. Di quel populismo giudiziario che i riformisti hanno, o dovrebbero avere, in odio. Ogni proposta di separazione delle carriere, riequilibrio del processo penale, limite alle fughe di notizie viene subito dipinta come attentato alla Costituzione. È un riflesso che ignora scandali, abusi, carriere costruite sul protagonismo mediatico e consegna alla destra il monopolio di qualsiasi agenda riformatrice. Da un recente sondaggio emerge che quasi l’80% degli elettori dem voterà No al referendum sulla separazione delle carriere.
Cosa è successo al Pd?
La domanda rimane aperta. Le risposte, al vuoto, iniziano ad arrivare. Dentro questo spazio si inserisce il tentativo di ricostruire una partecipazione civica organizzata. Ernesto Maria Ruffini annuncia: «Sabato riuniremo a Roma i Comitati “Più uno” che si sono costituiti in tutte le regioni e assieme decideremo come strutturare un movimento che intende ridare voce a cittadini non rassegnati a una democrazia a bassa intensità. Con l’obiettivo di scuotere la nostra parte politica, un campo largo che oramai pratica una vocazione minoritaria: quella che ti fa sentire sempre dalla parte del giusto, ma senza confrontarsi davvero con l’ambizione del governo».
L’eco è chiara: basta centrosinistra fiero del proprio ruolo minoritario, serve un ritorno allo spirito dei comitati civici capaci di parlare al Paese reale e non solo alla propria bolla. La posta in gioco è semplice e gigantesca insieme. Il campo progressista vuole restare nella comfort zone della minoranza morale, tra cortei, hashtag e indignazioni rituali, o tornare a misurarsi con l’idea di governo? Patrimoniale, pacifismo e Pm minacciano di incorniciare una chiusura identitaria. La scelta, adesso, non riguarda più solo la segreteria di un partito, ma lo spazio politico che pretende di rappresentare un’alternativa credibile di governo.
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