È di nuovo quota 100. Il petrolio raggiunge la soglia psicologica della crisi energetica per la seconda volta in una settimana. Con una salita del 10%, il Brent è arrivato ai 101 dollari al barile, mentre il Wti si è fermato 97 dollari (+11%). In rialzo anche il gas, ma in maniera più contenuta, al Ttf di Amsterdam ha raggiunto 51,2 euro/MWh (+2,4%). Lo scossone ha colpito anche i mercati, ma non in maniera davvero dolorosa. Tra Asia ed Europa, non si è registrata nessuna chiusura positiva. Milano ha perso lo 0,7%. Onestamente non si può nemmeno parlare di un tracollo. Tanto più che a Piazza Affari a portar giù i listini sono state le banche.

La risalita del greggio ha portato l’Amministrazione Trump a chiedere alle compagnie petrolifere e ai gruppi di trasporto marittimo Usa di prepararsi a una sospensione del Jones Act, la legge del 1920, che regola il trasporto marittimo nazionale e impone che il traffico di merci, incluso il greggio, tra due porti statunitensi avvenga su navi costruite, di proprietà, battenti bandiera e con equipaggio degli Stati Uniti. È un giro di vite al protezionismo, cui la Casa Bianca ricorre in questa fase di emergenza, con Hormuz che resta chiuso. Washington conferma la linea di volersi smarcare dal ruolo di poliziotto del mondo. Le sue soluzioni alle crisi sono unico beneficio interno.

«In realtà non c’è da aver paura», ci spiega una voce vicina ai repubblicani, giunta in questi giorni da Washington in Italia. «C’è un’America reale e una percepita», prosegue, criticando chi in Europa non solo sostiene, ma auspica che gli Stati Uniti si siano invischiati in un ginepraio con questa nuova guerra in Iran. «Il conflitto durerà poche settimane. Certamente non mesi». Questo anche nel caso il regime dovesse resistere più a lungo. Chi conosce Trump, infatti, sa che già l’uccisione di Ali Khamenei è sufficiente per proclamare la vittoria. Nonostante, il resto del regime sia ancora da abbattere. «È possibile che si vada verso una soluzione win-win, ovvero con Washington soddisfatta della mission accomplished e Teheran altrettanto perché Ayatollah e Pasdaran sono ancora lì».

Il ragionamento è fondato se lo si inquadra nello stato di salute dell’economia americana. Che sta bene, gode di investimenti privati in continua crescita e soprattutto non ha un problema di carenza di forniture. Certo, il Pil alla fine del 2025 ha rallentato. Ma ora le stime non ufficiali per la prima tranche dell’anno sono di circa il 3%. «Sono i primi effetti del Big beautiful bill», ci spiega ancora la fonte.
Lo stesso è per la Cina, che dispone di riserve strategiche per 3-4 mesi. Al netto, delle forniture che comunque Teheran le ha garantito. Stando Cnbc, dall’inizio delle operazioni, l’Iran avrebbe spedito 11-12 milioni di barili di greggio all’amico di Pechino. Gli Ayatollah non possono permettersi di mettere in discussione l’alleanza con la superpotenza di riferimento.

Alla minaccia iraniana di soffocare il capitalismo globale, il resto del mondo sta ricorrendo ai ripari. Produttori e consumatori che siano. La conferma viene rispettivamente dall’Iraq e dall’India. Baghdad mira alla ripresa del trasporto di greggio su camion attraverso Turchia, Siria e Giordania. Al tempo stesso, è in fase di valutazione la ripresa dell’oleodotto di Ceyhan in Turchia. A sua volta, Delhi ha annunciato la diversificazione di fonti di Gnl e greggio. Nuovi carichi provenienti da Stati Uniti, Norvegia, Canada, Algeria e Russia andranno a colmare il gap dal Golfo.

Più l’Iran chiude Hormuz e più si isola, per dirla in linea con il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani. Anche il nostro Paese, infatti, al rilascio coordinato riserve strategiche, così come autorizzato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Il quantitativo previsto è pari a 9,9 milioni di barili, corrispondenti a circa il 2,5% di quelli messi a disposizione complessivamente dai Paesi Aie per fronteggiare l’attuale emergenza petrolifera.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).