Il digitale viene spesso raccontato come qualcosa di immateriale: software, piattaforme, AI. Ma senza una torre che trasmette segnale, il 5G non esiste. Senza fibra e cavi sottomarini chilometrici, i dati non si muovono. Oggi oltre il 95% del traffico Internet globale passa proprio attraverso cavi sottomarini. Senza data center, reti ed energia, il cloud resta un’idea. Il software senza hardware non esiste. Il mondo digitale poggia su una base molto più materiale di quanto si tenda a raccontare. È un fatto di cui ci accorgiamo solo quando qualcosa si interrompe, o rischia di farlo. È successo con l’energia, rimasta in relativa invisibilità per anni e tornata improvvisamente centrale dall’invasione russa dell’Ucraina in poi. Ed è evidente ogni volta che un’infrastruttura critica viene colpita: oleodotti, cavi sottomarini, reti energetiche. Quando la base fisica si ferma, tutto il resto si ferma con lei. Le reti digitali non fanno eccezione.

La spinta dell’intelligenza artificiale rende questo passaggio ancora più evidente. Si parla molto di modelli, ma ogni applicazione reale richiede capacità computazionale, storage e connessioni affidabili. L’AI non è astratta: gira su data center che occupano spazio, consumano energia e devono essere collegati a reti ad alta capacità. Già oggi i data center rappresentano circa il 2-3% del consumo elettrico globale, quota destinata a crescere con l’espansione dell’AI. Più AI significa, in pratica, più infrastruttura. Questo introduce anche un cambio di paradigma. Per anni si è pensato al cloud come a un modello centralizzato, basato su grandi poli di calcolo. Ma con la diffusione di applicazioni industriali – dalla logistica alla manifattura – cresce la necessità di elaborare dati vicino a dove vengono generati. È la logica dell’edge computing: meno trasferimento di dati, più capacità distribuita. Anche questo, però, significa più infrastruttura, non meno.

Un meccanismo che sposta il tema dal piano tecnologico a quello industriale. Costruire una rete o installare una torre non è un’operazione virtuale: richiede autorizzazioni, tempi certi, coordinamento con territori e amministrazioni. È qui che spesso si crea il collo di bottiglia.
In Italia, come in gran parte d’Europa, lo sviluppo delle infrastrutture digitali è rallentato da procedure complesse e tempi incerti. Secondo diverse stime di settore, i tempi autorizzativi possono superare 12-24 mesi, ben oltre quelli necessari in altri contesti. Alcuni interventi in discussione nell’ambito del decreto PNRR vanno nella direzione opposta: fissare termini più chiari per le autorizzazioni, rafforzare i meccanismi di semplificazione e chiarire passaggi critici come espropri e continuità della rete. Misure tecniche, ma con un effetto diretto: ridurre l’incertezza e rendere possibili investimenti che altrimenti restano fermi.

Il tema, però, non è solo nazionale. A livello europeo, a una forte capacità regolatoria non sempre corrisponde una pari capacità di realizzazione. Secondo la Commissione europea, per raggiungere gli obiettivi del Decennio Digitale 2030 saranno necessari centinaia di miliardi di euro di investimenti in connettività e infrastrutture. Il punto è che spesso la domanda corre più veloce dell’offerta. Il traffico dati globale cresce a ritmi annuali superiori al 20-25%, trainato da streaming, cloud e applicazioni industriali. Se l’infrastruttura non tiene il passo, il sistema rallenta. Non in modo teorico, ma concreto: latenze più alte, servizi meno affidabili, costi maggiori per le imprese. C’è poi un livello ulteriore, spesso meno discusso. Le infrastrutture digitali non servono solo a migliorare servizi e produttività. Sono parte di sistemi strategici: supportano comunicazioni di emergenza, gestione energetica, trasporti, sicurezza. In questo senso, stanno assumendo lo stesso ruolo delle altre infrastrutture critiche. In un mondo sempre più digitale, sono la base su cui poggia una parte crescente dell’economia. Invisibili quando funzionano, decisive quando smettono di farlo.

Jacopo Bernardini

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