Nelle ore in cui alle nostre latitudini discutiamo dell’opportunità o meno di sostenere l’iniziativa del Board of Peace americano, a Washington le segrete stanze di Casa Bianca e Pentagono stanno preparando la guerra. E non l’ennesimo intervento mirato contro uno dei sempre più deboli tentacoli del cosiddetto “Asse della Resistenza”. Stavolta, si punta dritti al cuore, alla Repubblica Islamica dell’Iran.

I segnali ci sono tutti: solo nelle ultime ore le USA Air Forces hanno mobilitato più di 120 aerei da combattimento verso il medio oriente, ai quali si aggiungono attualmente 13 navi da guerra e una portaerei, la Abraham Lincoln, in attesa dell’imminente arrivo nella regione della portaerei nucleare più sviluppata al mondo: la Gerald Ford, dirottata dal Venezuela.
E’ il più grande dispiegamento di forze americane nella regione dal 2003, vigilia della seconda guerra del Golfo e, data l’entità dello schieramento, nulla fa presagire ad una esercitazione o una innocua dimostrazione di forza.

Fonti americane come Axios e il New York Times sono laconiche: i preparativi sono conclusi, ora il dossier finale è sul tavolo di Donald Trump. Il Department of War ha concretizzato i presupposti affinché il Presidente possa ordinare l’attacco a partire già da questo weekend. Sul tavolo non c’è solamente la possibilità di effettuare uno strike mirato alle infrastrutture nucleari Iraniane ma, secondo i vertici della difesa americana, anche la possibilità di un’operazione su larga scala nel territorio della Repubblica Islamica.

Nel frattempo, si moltiplicano le incertezze sui colloqui in corso a Ginevra tra la delegazione Iraniana e quella statunitense guidata da Witkoff e Kushner. Il ministro degli esteri iraniano Araghchi ha parlato di possibili aperture, ma in realtà ambo le parti non sembrano intenzionate ad accordarsi sul vero nodo della questione: il completo smantellamento del programma nucleare iraniano.
Così, mentre Trump si dice più propenso alla pace ma pronto alla guerra, le pedine dello scacchiere fanno le loro mosse.

Una nave da guerra russa si è unita alla flotta iraniana di Bandar Abbas, con il ministro degli esteri Lavrov che si è dichiarato “pronto a lavorare con l’Iran al fine di garantire il rispetto del Trattato di non proliferazione nucleare”, minacciando allo stesso tempo “serie conseguenze” in caso di attacco al regime degli Ayatollah.
In Israele, il comando del Fronte interno dell’IDF è da mercoledì in stato di allerta massima in vista di una guerra con l’Iran; e fonti del governo si dicono pronte sia ad un’azione militare “apripista” all’intervento USA, che ad un’azione di supporto successiva all’operazione.

Le ricadute dell’incertezza non si fermano al perimetro regionale, ma si proiettano su scala globale. Ne è prova l’annuncio iraniano della chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz per presunte “esercitazioni militari”: un ulteriore tassello di escalation comunicativa che coinvolge, in primis, i Paesi del Golfo arabo. Secondo Matthew Robinson, direttore dell’Euro-Gulf Information Centre, “gli attori del Golfo sono ormai preparati all’attacco. Il timore principale non riguarda tanto la prospettiva di un intervento definitivo e stabilizzatore, quanto il rischio di un vuoto di potere in Iran: nel caso di un’azione meramente simbolica, si aprirebbe un vacuum potenzialmente peggiore dell’attuale.”

Così, il medioriente si prepara ad una guerra che noi europei fatichiamo ad immaginare e prevedere. Sull’orlo del crollo della più terribile dittatura sopravvissuta al XX secolo, con il rischio che si trascini Sansone e tutti i Filistei.

Filippo Rigonat

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