Rischio territori disabitati
Italia a due velocità: le metropoli corrono, la provincia muore. C’è un Paese che brilla e uno che si spegne
E tra i due, il divario si allarga ogni giorno di più silenzioso come polvere che si deposita sui davanzali delle case vuote
A Milano, dal 2008 a oggi, la popolazione è cresciuta di centomila unità. La città ha superato quota 1,4 milioni di residenti e quasi non è invecchiata: l’età media è passata da 45,2 a 45,5 anni, mentre quella nazionale tocca i 46,6. Più della metà dei nuovi arrivati ha tra i venti e i trentacinque anni, giovani che arrivano dall’Italia e dall’estero a cercare lavoro, opportunità, un futuro che altrove sembra non esistere più. Bologna, con i suoi 393mila abitanti e oltre mezzo milione di persone che ogni giorno gravitano sul suo territorio, conferma la stessa traiettoria: dal 2022 è in controtendenza rispetto al declino demografico nazionale e continua ad attrarre soprattutto giovani tra i quindici e i trentaquattro anni.
Poi c’è l’altra Italia. Quella dove nel 2024 sono nati zero bambini. In Molise, quattordici comuni non hanno registrato neppure una nascita lo scorso anno. Si chiamano Provvidenti, Duronia, Conca Casale, Castelpizzuto. Nessuno supera i cinquecento abitanti. La regione, che nel 2020 contava ancora 330mila residenti, oggi è scesa sotto la soglia dei 290mila. Un crollo verticale che non conosce pause. In Basilicata il tasso di fecondità è fermo a 1,08 figli per donna; in Sardegna si è addirittura sotto quota uno. Numeri che raccontano un Paese dove intere comunità si avviano verso l’estinzione demografica. I dati Istat sono impietosi: dal 2014 al 2024, le aree interne italiane hanno perso il 5% della popolazione, passando da quattordici a 13,3 milioni di abitanti. Nello stesso periodo, i centri urbani hanno contenuto il calo all’1,4%. Ma il dato più allarmante riguarda il futuro: secondo le proiezioni, entro il 2043 oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà ulteriore popolazione. Un quarto del territorio nazionale rischia di svuotarsi definitivamente.
Oltre alla provincia è la montagna a pagare il prezzo più alto. L’Appennino, quella dorsale che attraversa l’Italia dalla Liguria alla Calabria, ha perso il 4,1% dei residenti dal 2015 al 2022, con punte del 6,2% in Abruzzo. Quattro piccoli comuni montani su cinque vedono calare la popolazione tra un censimento e l’altro. Il processo affonda le radici nel dopoguerra, quando braccia e menti scivolarono a valle in cerca di fabbriche e opportunità, ma oggi assume i contorni di un’emorragia irreversibile. Nei comuni periferici e ultraperiferici l’età media supera i 47 anni, i tassi di mortalità sono i più alti del Paese, e chi resta si ritrova sempre più solo, sempre più anziano, sempre più lontano da ospedali, scuole, uffici postali.
La vera sfida è costruire nuove economie di territorio. L’Italia lo sa bene: i distretti industriali — da Sassuolo alle Marche, dalla Brianza al Veneto — hanno dimostrato per decenni che si può competere sui mercati globali anche da piccole città lontane dalle metropoli, a patto di avere specializzazione, filiere integrate, cultura imprenditoriale diffusa. Oggi quei distretti generano ancora 344 miliardi di fatturato e danno lavoro a centinaia di migliaia di persone. Lo stesso modello, del resto, funziona altrove: in Germania il Mittelstand — le piccole e medie imprese che hanno sede prevalentemente in aree rurali o in cittadine di provincia — rappresenta la spina dorsale dell’economia tedesca, con aziende ultraspecializzate che esportano in tutto il mondo pur restando radicate nei territori d’origine. La differenza la fanno gli investimenti in ricerca applicata (attraverso istituti come i Fraunhofer), la formazione tecnica di qualità e infrastrutture che non abbandonano la provincia al suo destino. È una lezione che l’Italia dovrebbe riscoprire: senza economie locali vitali, senza lavoro vero, nessun incentivo fiscale e nessun bando europeo potrà fermare lo spopolamento.
Il Piano Nazionale Borghi ha stanziato oltre un miliardo di euro per la rigenerazione di 250 piccoli comuni. Ma senza interventi strutturali l’Italia rischia di ritrovarsi, tra vent’anni, con un terzo del territorio praticamente disabitato: tre anziani per ogni bambino nelle valli alpine e appenniniche, comuni ridotti a gusci vuoti, patrimoni storici e paesaggistici lasciati all’incuria. Milano continuerà a correre, Bologna a crescere. Ma un Paese non può reggere se metà del suo corpo si atrofizza. E quei quattordici comuni molisani dove nel 2024 non è nato nessuno non sono solo una statistica: sono l’avanguardia di un futuro che nessuno, in fondo, vorrebbe davvero vedere realizzato.
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