Cultura
Italia che va ad “aria fritta”: perché il Paese si è fermato e come possiamo ripartire
Siamo diventati un Paese che si nutre di “aria fritta”; e non solo metaforicamente. Riflettiamoci: la friggitrice ad aria, l’elettrodomestico più acquistato degli ultimi anni, è la caricatura perfetta della nostra condizione: un oggetto che promette croccantezza senza impegno, illusione senza sostanza, risultato senza fatica. La compriamo con entusiasmo, la postiamo sui nostri profili e la riempiamo di ricette veloci trovate sui reel; poi, lentamente, la dimentichiamo sul piano cucina e continuiamo a vivere esattamente come prima. È il romanzo nazionale in un elettrodomestico: un desiderio di cambiamento senza nessuna reale volontà di cambiare noi stessi.
Era già successo durante il lockdown quando le mitiche “planetarie” invasero le case come se il Paese dovesse risorgere impastando (causa chiusura forzata in casa) pane, pizza, focacce: la liturgia del forno a compensazione della mancata vita sociale. Poi tutto è finito nell’oblio dei ripostigli o sui mercatini online (alzi la mano chi non l’ha ri-svenduta per non lasciarle polvere in cucina) per dire un’altra bolla di entusiasmo a breve termine, un’altra prova generale di quella sindrome della medietà che il Censis continua a descrivere con precisione chirurgica. Vogliamo tutto purché non costi fatica; e desideriamo migliorare a patto che nessuno ci chieda di cambiare davvero. Un “chiagne e fotte” autolesionista, insomma.
La friggitrice non è dunque un trend di consumo ma anche un simbolo sociologico. Indica come siamo diventati un Paese sospeso tra la fame di novità e l’incapacità di affrontare il reale; un luogo in cui il successo di un oggetto che “friggendo non frigge” anticipa il destino di una comunità che cresce senza crescere, riforma senza riformarsi, modernizza senza modernità.
Nel frattempo, la politica ci apparecchia lo stesso menù: frigge aria per noi. Una legge di bilancio stitica, una crescita 2025 ferma allo 0,4%, si aggiunge ad un dibattito pubblico impegnato più a inseguire polemiche laterali invece di guardare in faccia la luna delle questioni strutturali. E mentre discutiamo dell’ennesimo bonus effimero e la sesta (credo) rottamazione che premia chi non paga le tasse il Paese si svuota: filiere industriali in affanno, mestieri introvabili, competenze tecniche evaporate. Non troviamo saldatori, fresatori, carpentieri, autisti; ma sui social sembriamo tutti impegnati a diventare influencer o content creator, come se l’economia reale fosse un sottofondo opzionale oppure un fastidio da delegare. A questo si aggiunge un paradosso tutto nostro: invochiamo la modernità, ma tremiamo davanti a tutto ciò che richiede studio, impegno, formazione. La produttività è ferma da vent’anni; la demografia ci trascina verso il fondo; e anche sul piano culturale non siamo messi meglio. Secondo l’ISTAT, oltre il 40% degli studenti del terzo anno della scuola secondaria di primo grado non raggiunge livelli adeguati in italiano, e la quota in matematica è ancora più alta. Nel vuoto lasciato dalle competenze si infilano di tutto: disinformazione, rancore, complottismo. L’aria fritta diventa aria tossica.
A questo punto la domanda è inevitabile: come si disinnesca un Paese che ha fatto dell’evanescenza il proprio peso? Le soluzioni, se vogliamo davvero far ripartire l’Italia, sono tre a mio avviso. Primo: ricostruire la produttività con un gigantesco investimento sul capitale umano. Non un piano per “formare un po’ di più”, ma una politica industriale che rimetta al centro gli ITS, le competenze tecniche, i mestieri qualificati, la dignità del lavoro manuale e una retribuzione adeguata. La friggitrice funziona senza olio; l’economia no. Secondo: affrontare la crisi demografica per ciò che è: una questione di sicurezza nazionale. Senza giovani, senza servizi per le famiglie, senza politiche abitative e salariali che permettano di diventare adulti prima dei quarant’anni, non c’è crescita possibile. Bonus spot e slogan identitari non bastano: servono case accessibili, asili nido, mobilità sociale, stipendi più alti. Terzo: una rinascita culturale radicale. Non usciremo dalla mediocrità senza una scuola che funzioni davvero, senza docenti valorizzati, senza un’educazione civica e digitale che ci vaccini contro le semplificazioni, le bufale, le scorciatoie cognitive. Non basta imparare a usare gli strumenti: bisogna capirli, interpretarli, governarli.
Perché un Paese che si abitua all’aria fritta finisce col perdere il gusto di tutto il resto; e allora si accontenta, si rassegna, rinuncia. Ma un Paese che vuole tornare a crescere deve cambiare cottura: smettere di simulare il sapore del futuro e iniziare a cucinarlo davvero.
Altro che black friday, qui il buio potrebbe durare a lungo.
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