Il patto tra gli italiani
Italia, gli eterni problemi del Sud: sanità e scuola danno risultati scadenti. Ma è sempre tutta colpa “degli altri”
Il 10 agosto del 1950 vengono emanate contemporaneamente due leggi che prevedono la predisposizione di piani per interventi e opere “straordinarie” nelle zone depresse e sottosviluppate d’Italia. La prima legge è riferita alle aree del Mezzogiorno nonché alle province di Latina e Frosinone, all’Isola d’Elba e ad alcuni Comuni della provincia di Rieti e del comprensorio di bonifica del fiume Tronto nelle Marche; la seconda a quelle del Centro e Nord Italia; nel Veneto i Comuni interessati sono l’84% della regione.
Una coincidenza non casuale dei due provvedimenti. Non solo era necessario introdurre un percorso accelerato per gli interventi straordinari nelle zone maggiormente arretrate ma, molto probabilmente, non erano mancate pressioni per compensare la particolare attenzione verso il Mezzogiorno con altrettanti aiuti “straordinari” verso altre zone del Paese. Non mancavano già allora i “Bossi” in miniatura, ma sicuramente c’erano tanti “Peppone” che giustamente ricordavano come le condizioni dei contadini della “Padania”, a cominciare dalle paludi a nord-est del Po, non erano molto diverse da quelle dei “poveri Cristi” del Sud. Da allora, se ne è fatta di strada verso la crescita, ma la “velocità” non è stata uguale tra Nord e Sud. Anche per facilitare lo sviluppo locale e il miglioramento dei servizi, nel 1970 sono istituite le Regioni a statuto ordinario. E ancora una volta, la “velocità” con cui hanno funzionato non è stata uguale. Inoltre, da alcuni anni quelle del Nord chiedono maggiore autonomia, mentre quelle del Sud da sempre continuano a chiedere maggiori risorse dallo Stato.
Il divario tra Nord e Sud
Il divario delle due velocità non è riconducibile solo agli effetti delle politiche economiche e finanziarie dei vari governi nazionali o delle grandi crisi internazionali. Così pure non è determinante il confuso e contradditorio processo di decentramento delle competenze statali verso le Regioni, le Province e i Comuni, accompagnato dalle oscillanti posizioni tra i favorevoli e contrari al rafforzamento dell’autonomia regionale. Sono, invece, due i “freni” che rallentano la velocità di crescita delle regioni meridionali: la debole formazione di una classe dirigente politica e imprenditoriale, l’incapacità a valorizzare e innovare il tessuto locale, a cominciare dal “capitale umano”, disperdendo le risorse e non attraendo gli investimenti. Se ancora oggi nel Sud i servizi socio-sanitari sono non solo più costosi ma anche inefficaci, se il sistema formativo scolastico e professionale continua a produrre risultati scadenti, se i trasporti locali non riescono a raggiungere gli standard minimi di funzionamento è sempre tutta colpa “degli altri”?
Il clima politico
La legge per l’autonomia differenziata, temporaneamente congelata dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, avrebbe contribuito a migliorare le “velocità” di crescita delle Regioni o accresciuto le differenze? Un interrogativo a cui ognuno ha dato una risposta più per pregiudizio che per convinzione, senza una seria riflessione sulle cause e responsabilità delle divaricazioni ancora esistenti nel nostro Paese. In questo ultimo scorcio di legislatura, non mancheranno tentativi di “aggirare” i paletti posti dalla alta Corte alla legge Calderoli, soprattutto perché la Lega ha un disperato bisogno di recupero di identità e di “portare a casa” il totem per cui è nata. Molto dipende, anche, dal clima politico che si determinerà dopo il referendum confermativo della legge “Nordio”. Più si inasprirà maggiori saranno i rischi di rattoppi all’attuale legge per l’autonomia differenziata o di un suo rinvio alla prossima legislatura.
Il confronto
Nel caso di un clima diverso e positivo, è auspicabile un concreto confronto per sciogliere i “nodi” posti dalla Corte Costituzionale e riprendere il tema di un’efficace riorganizzazione delle funzioni dei vari livelli istituzionali. Si potrebbe ripartire dalla definizione delle competenze esclusive dello Stato su alcune materie per assicurare l’effettiva omogeneità delle prestazioni a favore dei cittadini e per rafforzare le capacità strategiche dell’Italia nell’affrontare le grandi sfide aperte in Europa e nel Mondo, da quelle energetiche e tecnologiche alle grandi infrastrutture informatiche e di trasporto. Si dovrebbe risolvere il grande equivoco dell’apparente abolizione delle Province prevista dalla legge Del Rio e del destino delle Città Metropolitane, che sono ibride istituzioni senza rappresentatività.
È sempre tutta colpa “degli altri”
Infine, le Regioni meridionali dovrebbero convincersi di cambiare passo e di assumere fino in fondo la “cultura delle proprie responsabilità”: non possono pretendere che le altre si fermino perché le conseguenze sarebbero pagate, soprattutto, dal Sud. Invece, sembrano più interessate a nuovi assistenzialismi sprecando risorse e opportunità.
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